da "La Repubblica"
del 7 feb. 2002

L´economista Jeremy Rifkin ammonisce contro i rischi di una ricerca incontrollata

"Brevettare i geni è una follia sono un patrimonio dell´umanità"

Solo un trattato che vincoli tutti i paesi del mondo può riuscire a salvarci

Gli enti che consentono queste operazioni non hanno diritto di farlo

STEFANIA DI LELLIS

JEREMY RIFKIN si definisce «uno che osserva il presente per capire come sarà il futuro». E quello che vede nel domani delle ricerche genetiche non è rassicurante. «Così come ci sono stati conflitti per l´acqua, e il petrolio - dice dal suo ufficio della "Foundation on Economic Trends" di Washington - a noi toccheranno guerre combattute per il controllo dei geni». Un quadro nero, ma presto schiarito da una speranza: «È ancora possibile cambiare strada». «Un trattato ci potrà salvare», spiega lo scrittore, diventato un guru del pensiero alternativo sull´onda del successo dei suoi libri ("La fine del lavoro", "L´era dell´accesso. La rivoluzione della New Economy", "Il secolo biotech" e l´ultimo "Ecocidio. Ascesa e caduta della cultura della carne"). «Ci ho lavorato per due anni e mezzo con oltre 200 organizzazioni, partiti, comunità religiose di 45 Stati. È un trattato per vincolare tutti i paesi del mondo a tutelare l´intero patrimonio genetico come un bene comune dell´umanità e dunque al riparo da brevetti». Un´idea ambiziosa, che però Rifkin rifiuta di definire velleitaria: «Entro dieci anni - promette - avremo vinto».

In Italia (nell´Ogliastra e nel Cilento), si stanno sperimentando nuovi sistemi per studiare i geni, una sorta di "terza via" tra assenza di ricerca e ricerca commerciale: ogni sfruttamento degli eventuali brevetti genetici deve garantire benefici non a singoli, ma all´intera comunità da cui il "materiale umano" proviene. Pensa che questa possa essere una strada accettabile?

«Io credo che il problema non stia in questo o quel metodo, ma nell´intero processo. I brevetti sui geni sono illegali a priori. Prendiamo il caso Islanda. La Roche ha comprato il diritto di esaminare campioni di sangue di tutti i cittadini. Se riesce a isolarvi geni e proteine che ritiene interessanti ha automaticamente il diritto di brevettarli. Una follia: quei geni non sono un´invenzione della Roche, sono una "materia prima", scoperta ed estratta come un metallo o un gas, ma non inventata. Veniamo all´Italia: i governi o gli enti locali consentono di brevettare i geni delle loro popolazioni, magari anche con la scusa che la comunità che li ha forniti ne trarrà beneficio, ma ugualmente non hanno il diritto di farlo. Perché quei geni non appartengono a questo o quel comune italiano. Appartengono a tutta l´umanità, sono un patrimonio comune di tutti gli uomini che vivono oggi, che sono esistiti e che esisteranno».

Per molti paesi in via di sviluppo, però, vendere i diritti sul proprio Dna sarebbe una risorsa economica appetibile.

«Molte nazioni del sud del mondo oggi sono impegnate contro la bio-pirateria. Ma io credo che non affrontino il problema in maniera corretta. Si limitano a dire: queste risorse sono nostre, perciò se le volete ci dovete pagare. Sbagliato! I geni sono il frutto di miliardi di anni di evoluzione. Esistono indipendentemente da questo o quel governo, da questa o quella impresa. Se noi permettiamo - come è accaduto in Islanda - a un governo di vendere i geni del proprio popolo, se permettiamo a compagnie private di comprare e brevettare le proteine del corpo ben presto pagheremo tutti il prezzo di queste scelte. Esploderanno guerre per il controllo dei geni. Questi conflitti saranno il flagello del secolo in corso e del prossimo».

Gli scienziati ricordano però che senza brevetti, cioè senza la certezza di grandi guadagni, le multinazionali non investirebbero mai le altissime somme necessarie per le ricerche genetiche. Si può uscire da questa impasse?

«Sì, le ricerche costano care, non posso certo negarlo. Ma quando si sottolinea questo problema si omette di spiegare quello che sta avvenendo nel mondo della ricerca in tutto il mondo. Una volta esistevano attivissimi laboratori universitari e centri finanziati dallo Stato che lavoravano e mettevano a disposizione di tutti i ricercatori le proprie scoperte. Oggi le multinazionali stanno letteralmente colonizzando tutti i laboratori che fanno ricerca genetica. Tutti gli scienziati più in vista siedono nei consigli d´amministrazione di queste società. La conseguenza? La ricerca è ostaggio delle multinazionali. I risultati degli studi non sono più un patrimonio comune. Tutto è coperto da segreto commerciale».

Ma se questo porta maggiori investimenti nella ricerca e progressi più rapidi per la cura delle malattie, non dovremmo comunque rallegrarci?

«Assolutamente no. E le spiego il perché. Sa quanto costa sottoporsi in America a un test per sapere se si ha una delle proteine legate ai geni già brevettati? Più di cinque milioni di lire. Faccia il conto, che so, per 50 geni e capirà immediatamente che si tratta di analisi che possono permettersi soltanto i super-ricchi, altro che progresso per l´umanità».

Beh, ma con l´avanzare delle conoscenze anche i prezzi dovrebbero calare, come succede in qualunque altro settore. Non crede?

«No, se a dettare le condizioni saranno soltanto una manciata di multinazionali».

Dunque, una strada senza uscita?

«Una via d´uscita c´è, ma bisogna intraprenderla con coraggio. Da almeno tre anni io sto lavorando su questi problemi insieme a medici, scienziati, agricoltori, leader politici e capi di comunità religiose di almeno 200 diverse organizzazioni di 45 paesi. Abbiamo capito che occorre costringere tutti i governi a firmare un impegno a considerare i geni non una merce, ma un patrimonio comune dell´umanità e come tale non brevettabile». Non crede di essere un po´ estremista ed eccessivamente ottimista sul successo della sua iniziativa?

«Estremo è quello che sta già avvenendo. Io credo che di fronte a questa situazione ci dovrà essere un impegno comune per dire stop. Il problema è non aspettare troppo. Tra breve potrebbe essere troppo tardi».

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