Articolo da "Il Corriere della Sera" del ottobre 2004

MILANO - Più di trent’anni fa un farmacologo milanese, ...
MILANO - Più di trent’anni fa un farmacologo milanese, Cesare Sirtori, trovò un’anomalia nel sangue di un abitante di Limone del Garda: il suo livello di trigliceridi avrebbe dovuto procurargli gravi disturbi, eppure l’uomo stava bene. Sirtori individuò in Valerio Dagnoli e in 40 abitanti di Limone una mutazione genetica che produce una proteina, la «A-1 Milano», in grado di rimuovere il colesterolo. E il Dna di quella famiglia può contribuire ora a debellare la prima causa di morte al mondo. Tra pochi anni, salvo sorprese, sarà in commercio un farmaco contro arteriosclerosi, infarti e ictus. La scoperta è del centro di farmacologia di Milano, ma i diritti sono volati lontano: a Ann Arbor, Michigan, sede di una «start up» delle biotecnologie nata nel ’98 e inglobata meno di un anno fa dalla Pfizer insieme ai diritti sull’«A-1 Milano». Così il colosso americano punta a un prodotto dal successo paragonabile a quello del suo Viagra. Difficile trovare un simbolo più costoso del divorzio all’italiana fra ricerca e impresa, e della riluttanza a cavalcare l’innovazione nel sesto Paese industriale del mondo. Nel 2002 in Italia si sono depositati brevetti presso l’Ufficio europeo di Monaco a ritmo dimezzato rispetto alla media della zona-euro: 74 per ogni milione di abitanti, contro i 300 della Germania e i 147 della Francia; fra le trenta democrazie avanzate dell’Ocse, l’Italia fa meglio solo di otto Paesi (dall’Ungheria alla Repubblica ceca) e peggio del Lussemburgo o dell’Islanda. Sono questi i numeri dietro la ritirata del «made in Italy» dai mercati mondiali fotografato dall’Ocse negli ultimi anni. Nelle tecnologie dell’informazione l’Italia viaggia al ritmo di circa 700 brevetti l’anno contro i 6.000 tedeschi, i 2.000 francesi e britannici, gli 11 mila americani. Intanto la quota italiana di export mondiale in questo mercato è caduta dal 2,8% del ’96, all’1,2% del 2002. Fra tutti i settori «high tech», per l’Italia solo l’industria aerospaziale ha tenuto le posizioni (crescendo anzi dal 2,7% dell’export mondiale nel ’96 al 2,9% nel 2002).

«Quel che manca da noi non è la ricerca, è la cultura del profitto che bisogna associarle - sostiene Roberto Cingolani, direttore scientifico dell’Istituto italiano di tecnologia appena inaugurato a Genova -. Dov’è che in Italia s’insegna a proteggere una proprietà intellettuale?». Che sia questa l’arma delle economie mature per resistere alla concorrenza a basso costo di India o Cina, nessuno lo mette in dubbio. L’avanguardia tecnologica di per sé è provvisoria, gli stessi marchi sono imitabili e a volte effimeri. Un brevetto difendibile in qualunque tribunale del mondo, invece, equivale a un monopolio lungo 20 anni. Non è un caso se Ibm ne registra dieci al giorno e Bill Gates, il fondatore di Microsoft, ha mandato a tutti i dipendenti la richiesta di brevettare «tutto il possibile».

Va detto che in Italia non si fa molto per seguire i suoi consigli. All’apparenza, pochi dati di fatto bastano a spiegare il ritardo. Ogni mille occupati in Italia ci sono appena 2,8 ricercatori scientifici: meno che in qualunque Paese d’Europa occidentale e orientale e, nell’area Ocse, appena meglio solo di Messico e Turchia. E anche la Bulgaria, la Slovenia, la Slovacchia, l’Estonia e la Lituania hanno più laureati in scientifico-tecnologici per abitante. E’ «la predilezione per cultura umanistica» di cui parla Cingolani.

Si sa del resto che in ricerca e sviluppo in Italia si spende appena l’1,1% del prodotto lordo (pil), metà della media Ocse e meno che nella Repubblica ceca. Più rivelatore è però che lo Stato ha una delle quote più alte del mondo di partecipazione agli investimenti del settore, al 50,8% del totale nel 2002. Sono dunque i privati a scommettere nello sviluppo scientifico meno dei concorrenti estere. «Per la farmaceutica - contrattacca Alberto Aleotti, presidente del gruppo Menarini - pesano i tagli del governo sui margini di profitto, che riducono notevolmente le nostre possibilità di autofinanziamento». Per altri, incide il nanismo industriale. Non è però d’accordo Riccardo Viale, presidente della Fondazione Rosselli: «La Silicon Valley è fatta di piccole imprese e ha il tasso più alto al mondo di brevettazione», osserva. La differenza per lui è altrove: nei ricercatori italiani d’età avanzata e, soprattutto, nel dialogo frammentario fra università e imprese. Si tratta di riannodare i fili fra i due mondi, separati quasi ovunque meno che nei Politecnici di Milano e Torino. L’esempio viene da Trento, dove l’università sviluppa un laser con StM. Purché poi anche quel brevetto non finisca, per pochi euro, nei forzieri di una multinazionale americana.

Federico Fubini