Articolo da "Il Corriere della Sera" del 13 febbraio 2004
«Abbiamo scelto le donne su Internet»
Il padre dell’esperimento: «Le autorità di Seul ci hanno dato l’ok. Non vogliamo copiare l’uomo»

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
NEW YORK - Si parla di «primo passo» verso un futuro di bebè-fotocopia alla Brave New World di Aldous Huxley. Ma non sarà così facile. Almeno, non negli Stati Uniti. Incalzato dalla lobby anti-aborto, il presidente degli Usa sta cercando di convincere l’America e il resto del mondo a bandire le due clonazioni, ma per ora non c’è riuscito. Nel 2001 la Camera dei Rappresentanti le ha vietate entrambe, ma il Senato non ha mai ratificato e gli Usa oggi non hanno ancora una legge federale che regoli la materia, a differenza del Regno Unito, che permette la clonazione terapeutica, ma vieta quella riproduttiva.


MONDO - Il bando degli esperimenti per clonare un uomo è un obiettivo condiviso da tutti i Paesi a livello internazionale. Ma il tentativo Usa di far approvare in sede Onu anche la clonazione terapeutica è fallito. Con uno dei voti più combattuti nella storia del Palazzo di Vetro, lo scorso novembre l’Onu ha deciso di rimandare al 2005 qualsiasi decisione su una futura convenzione internazionale per proibire la clonazione umana.

La questione ha visto il contrapporsi, spesso verbalmente violento, di due blocchi di nazioni. Il primo, guidato dalla Costa Rica e appoggiato da più di sessanta Paesi cattolici e protestanti più conservatori, tra cui gli Usa e il Vaticano, si è battuto per un accordo internazionale che proibisse ogni forma di clonazione umana, inclusa quella terapeutica. Il secondo, capeggiato dal Belgio e cui hanno aderito Cina, Gran Bretagna, Giappone, Brasile e Sudafrica, auspicava un bando rapido della clonazione umana lasciando ai governi individuali la decisione su «se» e «come» regolamentare quella terapeutica, nella convinzione che essa possa aprire delle prospettive per migliorare la salute dei malati e di tutta l’umanità.


FINANZIAMENTI - La scorsa estate, l’amministrazione Bush ha decretato che il governo di Washington concederà finanziamenti pubblici per la ricerca sulle cellule staminali umane solo ai laboratori che utilizzano i 70-80 ceppi di queste cellule già esistenti. E già nel 1996 il Congresso di Washington aveva vietato i finanziamenti federali per qualunque ricerca che comporti la distruzione di embrioni. E così i laboratori, privati o universitari, che utilizzavano le proprie strutture anche per studi sulle cellule staminali, hanno perso tutti i finanziamenti pubblici, provocando una massiccia fuga di cervelli verso Paesi dove la clonazione terapeutica è legale, come in Israele, Regno Unito, Cina e Corea (previa autorizzazione). «Gli Stati Uniti rischiano di diventare il fanalino di coda del settore - punta il dito il professor Robert Goldstein, capo della Juvenile Diabetes Research Foundation - ritardando lo sviluppo di terapie che potrebbero curare decine di malattie oggi considerate incurabili».


CEPPI - Il governo Usa aveva promesso ai ricercatori 70-80 ceppi «preesistenti». Ma fino ad oggi soltanto 15 vengono elencati sul sito web del National Institutes of Health . «Un numero insufficiente - punta il dito Goldstein - perché non offre abbastanza diversità genetica, indispensabile per questo tipo di ricerca». Secondo Goldstein le restrizioni governative hanno paralizzato gli studi sulle staminali in Usa: «Nonostante il Nhi metta a disposizione 100 milioni di dollari annui per questo tipo di ricerca nel 2003 i nostri scienziati ne hanno spesi solo 17 milioni».


MATERIA CONTROVERSA - La materia continua a essere controversa. Un numero crescente di ricercatori preferisce non parlare più di «clonazione umana terapeutica», ma di «Scnt», o «trasferimento nucleare di cellule somatiche». Nella «clonazione umana riproduttiva», al contrario, l’embrione viene impiantato in utero (come nel caso della pecora Dolly) dove completa lo sviluppo fino alla nascita di un essere umano geneticamente identico al donatore della cellula.


Alessandra Farkas