| Un copyright per la vita La clonazione di Eva, le preoccupazioni che l'annuncio ha suscitato e il persistere di un pregiudizio radicato. Quello che considera i cloni copie perfette dell'individuo ANDREA CAPOCCI * C'è di più: secondo molti ricercatori, i geni hanno influenzano anche il comportamento. Questa frase può significare una banalità o un'enormità. Infatti, tutti sanno che i geni hanno ricadute sulla nostra personalità. E' ovvio che molte caratteristiche fisiche genetiche (la statura, ad esempio) influiscono sul rapporto con gli altri, e quindi sul comportamento. Questa influenza dei geni sul comportamento sfugge a qualsiasi controllo scientifico, tanto è intrisa di elementi culturali non misurabili e non è riducibile alle caratteristiche genetiche individuali. In altre parole, nessuno può seriamente prevedere il comportamento di una persona sulla base delle sole caratteristiche somatiche, in gran parte determinate dal genoma. Ma l'opinione diffusa tra i ricercatori diventa un'enormità, se intende che per ogni nostra abitudine, mania o umore esista uno specifico gene comportamentale. E' un'opinione rinforzata dal fatto che spesso si sente parlare di geni dell'alcolismo, dell'ansia o della depressione. La genetica sforna notizie simili a ritmo quotidiano, forzando i toni per aumentare l'impatto pubblicitario di una ricerca. Spesso basterebbe leggere le ricerche pubblicate per capire che si tratta di bufale, abusi interessati o banalità. Il problema è che questo tipo di ricerche escono dai laboratori e trovano un terreno fertile per attecchire e diventare dogmi. La spiegazione genetica del comportamento ha grandi conseguenze politiche. Ricordate quando si diceva: «è colpa del sistema», per giustificare un comportamento anomalo? Oggi si può facilmente assolvere la comunità dalle sue responsabilità nei confronti degli individui, poiché anche il comportamento può essere spiegato sulla base del solo genoma individuale. Questa dottrina seppellisce faticose conquiste democratiche, come ad esempio la legge Basaglia sulla psichiatria o lo stato sociale, che cercavano di responsabilizzare la società intera di fronte al disagio di una sua parte. E, più in generale, sottrae l'individuo alla sua dimensione storica e sociale, riducendolo ad un programma genetico da eseguire. Ormai esistono scuole di sociologia, criminologia, pedagogia ispirate da questa visione dell'individuo. Per chi sia interessato, rimandiamo all'illuminante libro Il gene egoista del biologo Richard Dawkins, per esplorarne tutte le conseguenze politiche. Inoltre, questa ideologia rappresenta una potenziale manna finanziaria per l'industria psico-farmaceutica. Invece di indagare sul rapporto tra paziente e società, a breve sarà possibile prescrivere un certo farmaco per sopperire alla mancata produzione di una certa proteina che determina una certa anomalia del comportamento. Non perderemo tempo con psicologi, sociologi, antropologi e filosofi: basterà un farmacista. Insomma, solo se si ammette l'influenza dei geni sul comportamento nella sua versione hard, si può pensare che un clone sia una copia perfetta di una persona, e sconvolgersi di conseguenza. Questo significa che la notizia della clonazione crea tanto scompiglio perché entra in risonanza con una concezione dell'individuo già impoverita per altri versi. Anche senza invocare la genetica, la nostra società tratta la devianza sempre più come un problema individuale: la recente legge sul 41 bis non abbandona in fondo la missione socialmente rieducativa del carcere (comunque fallita) restituendogli il carattere di punizione individuale? E non avviene la stessa cosa con i poveri, i malati e i disagiati di ogni altro tipo? Questo processo tutto politico, accelerato anche dalla caduta dei progetti sociali alternativi del blocco comunista, crea dunque i presupposti perché la clonazione diventi uno spauracchio per la stessa società che l'ha prodotta. La relazione tra rapporti sociali e innovazioni tecno-scientifiche è stata colpevolmente rimossa dalla sfera della politica, dopo qualche fiammata sessantottina. Ciò che avviene nella quiete dei laboratori interagisce fortemente con il mondo esterno, con un doppio legame: chi commissiona ricerche scientifiche non lo fa mai per pura curiosità, e a sua volta ogni innovazione crea nuovi bisogni e modifica i rapporti tra le persone. Si pensi all'influenza che hanno avuto i telefonini e Internet sul nostro modo di comunicare e interagire: è pensabile la flessibilità postfordista senza sms e e-mail? Nei laboratori odierni si producono, insieme alle scoperte scientifiche, invisibili riforme politiche, al riparo da ogni dialettica democratica. Non certo in autonomia: al contrario, finanziamenti e brevetti imbrigliano le idee dei ricercatori. Tuttavia, la gestione sociale della ricerca scientifica è sempre più demandata agli esperti, chiamando la società a partecipare solo per reperire fondi, come con Telethon. Ma nessuno, nemmeno a sinistra, pare interessato a «contaminare» i laboratori con le passioni e i conflitti della società esterna. Anche i sostenitori della ricerca pubblica italiana recentemente minacciata da Moratti, per fare un esempio, invocano regolarmente l'autogestione della ricerca da parte dei ricercatori, respingendo ogni interazione con la politica come ingerenza ideologica, o addirittura oscurantismo (avvenne contro Pecoraro Scanio sugli Ogm). Al contrario, per difendersi dalla privatizzazione della ricerca pubblica è necessario che essa divenga realmente tale e si apra alla società non solo per reclamare soldi, ma anche per condividerne dibattiti, contraddizioni e conflitti. Se anche la ricerca diventasse una «cosa pubblica», saremmo più pronti ad accogliere Eva non come un clone da esposizione, ma con un bel fiocco rosa. Ammesso che Eva esista davvero. * del gruppo L.A.S.E.R. |
||