Il professor Carlo Flamigni: il pericolo malformazione è alto, non si prendono iniziative senza garanzie

"Un´impresa dai rischi incontrollabili"

BOLOGNA - «La clonazione umana è un sistema che va bene per ricchi imbecilli».

Professor Carlo Flamigni, perché un giudizio così duro?

«Non riesco a considerare altrimenti il ricorso a questa procedura che oltretutto, essendo sperimentale, è molto costosa. Qualcuno la sceglie magari con la speranza di fabbricare un replicante del figlio morto, (e qui sono molto contrario, ma taccio per pietà umana). O per una forma di eccessivo amore di se stesso. Come giudicare il desiderio di essere eterni, perpetuandosi in un altro essere uguale? Poi ci sono anche le donne, e gli uomini, che vorrebbero ricorrervi perché odiano l´altro sesso. Il quadro, come vede non è esaltante. Per fortuna al mondo gli stupidi sono molti, ma i ricchi pochi. Non credo che ci sarà una grande richiesta di questa tecnica».

Questi sono argomenti di carattere etico, ma nel caso del professor Antinori si parla di una coppia sterile. Se tutto va bene fra sette mesi quella coppia avrà un bambino grazie alla clonazione. Anche lei cura la sterilità, perché qui è tanto critico?

«Perché le previsioni di rischio di malconformazione del feto allo stato attuale sono troppo elevate. Proprio per questo la comunità scientifica aveva assunto ufficialmente una posizione di attesa: non muoviamoci, si era detto. Non prendiamo iniziative senza garanzie, senza aver prima verificato i rischi reali che la procedura comporta. Anche chi non pone problemi etici dice che la conoscenza e la sperimentazione sono troppo basse per farci star tranquilli. Fra l´altro esistono altre tecniche nuove che vanno incontro alle coppie sterili, per esempio l´aploidizzazione che trasferisce il nucleo, ma crea gameti da fertilizzare, evitando così di perpetuare lo stesso genoma».

Perché la sperimentazione sulla clonazione animale non è considerata sufficiente?

«La sperimentazione fatta in questi anni è modestissima. Occorre ampliarla prima di sentirsi al riparo da rischi di malconformazione. Per esempio il gigantismo o l´aborto. E soprattutto occorre estenderla a specie vicine all´uomo, come i primati. So che il professor Antinori sostiene che la clonazione umana comporta pericoli assai inferiori. L´ha scritto in un articolo che ho letto recentemente. Ma i suoi sono ragionamenti. Mi piacerebbe che fossero i genetisti ad affrontare il problema e ad esprimersi in base ad argomenti scientifici. Mi domando dove potrebbe nascondersi, in quale grotta dovrebbe andare un medico che facesse nascere un bambino malformato con la tecnica della clonazione. Sinceramente è un rimorso che non vorrei mai avere nella vita».


Ma anche qualora riuscissimo a trovare le staminali dei tessuti che ci servono, spesso si troverebbero in punti difficilmente accessibili, se non con tecniche molto invasive. Quelle del cervello ad esempio si trovano in una cavità molto interna (anche se il gruppo di Vescovi ha recentemente trovato il modo di recuperarle in punti più superficiali). Che fare? Vescovi propone di utilizzare le cellule dei feti provenienti da aborti spontanei: le loro staminali sono adulte e multipotenti, ma crescono più in fretta di quelle che si trovano negli individui adulti. Per fortuna, sull'utilizzo dei feti da aborti spontanei per la ricerca esiste una certa convergenza fra i bioeticisti: il documento del 1996 del Comitato nazionale di bioetica (Identità e statuto dell'embrione umano) ad esempio è stato approvato all'unanimità, anche dai membri cattolici.

Ben diversa la questione della ricerca sulle staminali embrionali: per molti cattolici la questione non si pone neppure. Neppure se questa ricerca potesse dare delle concrete prospettive di guarigione? Paola Marenco, che ha incentrato il suo intervento sulla scelta libera e consapevole di cure migliori da parte del malato, in questo caso la scelta non la darebbe: «Non me la sento di manipolare un gruppo di cellule da cui si potrebbe sviluppare un essere umano», ci dice. Questione delicata, infatti. Anche se, a rigore, le cellule utilizzate per questo tipo di ricerche sono quelle dell'embrioblasto, una parte delle cellule embrionali che da sole non sarebbero in grado di sviluppare un embrione. Angelo Vescovi, che ci tiene a dichiararsi taoista e non cattolico, è invece più possibilista: «Non voglio escludere questo ramo di ricerca e se non vi fossero alternative terapeutiche non sarei contrario ad utilizzare le staminali embrionali. Anche se non dimentichiamo che tecnicamente sono assai più difficili da studiare. Io contesto solo l'immagine che siano l'unica alternativa: le staminali embrionali sono sostenute dagli interessi economici di chi ha brevetti su queste tecniche. Comunque, io stesso ho dei dubbi, ho il sospetto che anche se di poche cellule, quello sia un individuo».

Certo è che come facciano esattamente le staminali embrionali ad avere la fantastica capacità di essere totipotenti non è ancora del tutto chiaro. Varrebbe forse la pena di continuare a studiarle, magari in laboratori pubblici, se vogliamo sperare in futuro di imparare a copiarle, senza bisogno di usare gli embrioni. Temi - questi ultimi - affrontati sul numero di Febbraio 2002 di Sapere e da Demetrio Neri in La bioetica in laboratorio, Edizioni Laterza (2001).