Articolo da "Tempo Medico" del 6 maggio 2004

L'onere della prova, agli albori del nuovo millennio
Sperimentazioni su animali: hanno ancora senso? Un'analisi dell'epidemiologo Benedetto Terracini

Il rapporto "The way forward: Action to end animal testing", noto anche come "Rapporto Langley" è sul web da diversi mesi. E' una presa di posizione della British Union for the Abolition of Vivisection (BUAV) e della European Coalition to End Animal Experiments (ECEAE, cui aderisce la LAV, Lega Antivivisezionista italiana) sulle prove su animali, destinate ad aumentare con la nuova strategia europea per i controlli tossicologici preliminari all'immissione sul mercato dei prodotti chimici. Vuole essere tanto una proposta di intervento (per cessare la sperimentazione su animali a fini di valutazione tossicologica) quanto una valutazione scientifica (del valore predittivo delle alternative sperimentali che prescindono dagli animali di laboratorio). In apertura, si anticipa che il rapporto dimostra che le prove su animali possono essere sostituite con moderne alternative umanitarie" e presenta, per ciascun settore dei test tossicologici, il "dettaglio dei fallimenti scientifici. In realtà, nessuna delle due promesse viene mantenuta.

Le categorie di alternative che si propongono ai test tossicologici convenzionali sono sostanzialmente due: prove su sistemi biologici in vitro e sviluppo di modelli matematici (da quelli relativi all'assorbimento e metabolismo delle sostanze a quelli relativi ai rapporto tra struttura chimica ed effetti biologici). Il documento esprime una duplice raccomandazione alla Commissione Europea: lanciare un vasto progetto di ricerca per validare i test che prescindono dall'uso di animali e basare su tali test la normativa per la protezione degli esseri umani esposti.

La parola "validazione" ricorre abbondantemente lungo il testo, che onestamente riconosce che molti test in vitro che vengono proposti debbono ancora essere validati. Tra le definizioni di validità proposte dal Dizionario di Epidemiologia di John Last, è da ritenere che BUAV e ECEAE alludano alla "entità della correlazione della misura (effettuata dallo strumento che si sta studiando ndr) con un criterio esterno del fenomeno che viene studiato". Ma BUAV e ECEAE omettono di menzionare quale criterio esterno ("gold standard" nel linguaggio corrente) hanno in mente. Tanto meno dicono quale sensibilità e specificità (le misure della capacità di un test di riconoscere rispettivamente tutte e soltanto le sostanze che hanno una determinata tossicità) si è disposti ad accettare.

Lascia particolarmente perplessi il paragrafo sui cancerogeni chimici. E' totalizzante (e non corrisponde propriamente all'etica retrostante al principio di precauzione) affermare che i piccoli roditori sono più inclini allo sviluppo dei tumori maligni degli esseri umani, e che ciò riduce a una congettura il confronto tra roditori e specie umana.. Gli antivivisezionisti dovrebbero avere più familiarità con la storia della cancerogenesi chimica e conoscere i molti episodi in cui logiche misure di prevenzione sono state colpevolmente ritardate perché il loro retroterra scientifico era costituito "soltanto" dai risultati di esperimenti su roditori (si rilegga la storia del cloruro vinile monomero).

E' inoltre equivoca l'attribuzione all'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) dell'autorità di sanzionare ("endorse") l'appropriatezza di qualsiasi test, come il test di trasformazione in vitro delle cellule di embrione di hamster siriano (Syrian Hamster Embryo - SHE) per una presunta alta predittività dei suoi risultati nei confronti della cancerogenicità per la specie umana. IARC ha sempre, giustamente, rivendicato un suo ruolo scientifico, tenendosi alla larga da questioni normative. Il rapporto BUAV/ECEAE va più in là e sbandiera una corrispondenza tra risultati nel test SHE e delle prove convenzionali a lungo termine nei roditori "nell'83% dei casi" (con la citazione di un articolo scientifico di provenienza industriale). Non viene specificato se la percentuale riportata debba interpretarsi come sensibilità e/o specificità. Come in ogni forma di screening, il valore predittivo di un risultato positivo al test di screening è determinato dalla specificità del test e dalla proporzione di elementi effettivamente dotati della caratteristica che si vuole identificare. Per un ipotetico campione di 10.000 sostanze sottoposte ad un test, un ragionevole scenario (proporzione di cancerogeni 5%, sensibilità 99% e specificità 95% quindi ben più soddisfacenti dell'83% riferito dal rapporto) corrisponderebbe a 970 sostanze positive al test, poco meno della metà delle quali tuttavia sarebbero "falsi positivi". Sarà l'industria disponibile a fermare l'immissione nel mercato anche di queste ultime?.

Tutto questo per quanto riguarda lo "hazard evaluation" cioè il riconoscimento in termini qualitativi delle proprietà nocive di un agente. Il principio che è la dose a rendere nocivo il veleno è entrato nella cultura comune, ma all'utilizzo dei risultati dei sistemi sperimentali in vitro per una stima del rischio in termini quantitativi il documento non fa cenno (e il discorso comunque è ancora largamente da aprire).

Al documento BUAV / ECEAE fa proprio difetto una prospettiva storica sullo sviluppo della strategia della stima del rischio. Se oggi, per validare i test in vitro, sono proponibili alcuni utili "criteri esterni" ottenuti grazie all'uso di animali di laboratorio, è perché questi ultimi sono stati sviluppati lungo quasi un secolo, con un approccio scientifico che ha sempre guardato tanto verso il meccanismo dell'effetto tossico negli animali quanto alla generalizzabilità delle osservazioni a specie diverse da quella che veniva studiata. Sul piano applicativo, una conseguenza deleteria della ipotizzata abolizione dei test in vivo, sarebbe il congelamento dei sistemi in vivo utilizzabili come "criterio esterno" a quelli esistenti al momento della cessazione dell'uso di animali di laboratorio. Non solo, ma si bloccherebbe anche l'evoluzione di cognizioni di metabolismo, farmacocinetica, farmacodinamica, il cui sviluppo si è dimostrato largamente utili nella interpretazione dei meccanismi della tossicità.

La strategia proposta dagli antivivisezionisti sembra prevedere stime di rischio basate su singoli esperimenti, mentre l'approccio attuale, nel bene o nel male, è quello di integrare diligentemente e intelligentemente risultati ottenuti in diverse condizioni di osservazione.

Un ultima preoccupazione è che il blocco degli esperimenti di tossicità sugli animali porti ad un aumento degli esperimenti sulla specie umana, ai quali il documento BUAV / ECEAE non fa alcuna menzione. Anche se la realtà del reclutamento dei volontari è incompletamente nota, bisogna ammettere che gli esperimenti sulla specie umana sono maggiormente controllati dal punto di vista etico. Ma non si potrebbe immaginare, anche per gli esperimenti su animali, una qualche forma di controllo etico e di valutazione, di volta in volta, della loro effettiva necessità (e della correttezza delle condizioni di stabulazione)?

Sicuramente, alcune affermazioni del documento sono largamente condivisibili e rassicurano sulla possibilità di un dialogo con gli antivivisezionisti. In primo luogo, il richiamo all'applicazione del principio di precauzione a fronte di sostanze borderline o sospette (ma non è condivisibile la condizione da essi posta che la eventuale conferma derivi da soli metodi che prescindono dagli animali). Non si può non aderire, inoltre, alla raccomandazione che vengano democraticamente condivisi su scala mondiale i risultati delle prove tossicologiche (compresi, ovviamente. quelli riguardanti intossicazioni nella specie umana e quelli che oggi sono custoditi nei laboratori industriali). Ma della strategia per muoversi in questa direzione il documento, purtroppo, non parla. Non c'è certo da augurarsi un atteggiamento umanitario per le cavie (sia pure dettato dai migliori sentimenti di questo mondo) che al tempo stesso ignora quanto la ricerca tossicologica sia condizionata dalla logica del profitto.

di Benedetto Terracini, Centro per la Prevenzione Oncologica, Regione Piemonte - Tempo Medico n. 778
6 maggio 2004
Fonte: The way forward: Action to end animal testing