Articolo da "Il Corriere della Sera" del 10 ottobre 2004

Il «papà» del toro Galileo: «Povero clone, non sa amare»

di EDGARDA FERRI
il Personaggio
BERGAMO - Da uno così: da questo stempiato biondino dagli azzurri occhi sognanti. Da questo quarantenne in giacca e cravatta dalla voce quasi esitante, neppure lontanamente ti aspetti che abbia avuto l’ardire di trasgredire la legge fino a trovarsi addosso cinque carabinieri: mancava poco che lo arrestassero. E benché sia lui stesso a giurarlo, fatichi a credere che, nonostante il divieto, nemmeno di un metro lui sia retrocesso. E risoluto abbia continuato il suo lavoro proibito fino a compiere uno dei più strabilianti misfatti sullo scivoloso terreno della scienza italiana: clonare un torello che ha visto la luce il 27 dicembre di cinque anni fa, dal provocatorio e impegnativo nome di di Galileo.

Nell’attesa di partecipare al dibattito sul tema «Clonazione fra realtà» a BergamoScienza, il «padre» di Galileo si aggira smarrito alla ricerca di un panino con acqua, e con reticenza esemplare prova a presentarsi: Cesare Galli, comasco, laurea in Medicina Veterinaria, cinque anni di specializzazione a Cambridge, dove ha sposato Giovanna Lazzari, responsabile del Laboratorio di Tecnologie della riproduzione del Centro Zootecnico di Cremona. «Abbiamo tre bambini. Io e mia moglie ci siamo divisi i compiti, a turno li accompagniamo a scuola prima di andare in laboratorio, io compro da mangiare e lei i vestiti, torniamo tardi e mangiamo come capita, nel tempo libero curo l’orto; e dal momento che io e mia moglie lavoriamo agli stessi progetti, parliamo di lavoro anche a casa, mentre i bambini, se qualcuno chiede "dov’è il papà? dov’è la mamma"? serenamente rispondono: in laboratorio. O ai congressi"». Più normale di così.

Eppure, per niente normale pare a gran parte dell’opinione pubblica il fatto che Cesare Galli abbia preso Zoldo, un toro di razza bruna alpina, gli abbia i cavato il sangue, abbia trapiantato le sue cellule in un ovocita coltivato in vitro , lo abbia impiantato nell’utero di una vaccherella, e abbia atteso che partorisse con taglio «cesareo» il molto discusso Galileo: «L’abbiamo chiamato così perchè anche Galileo era stato inquisito, e proprio mentre il toro nasceva il Papa gli aveva chiesto ufficialmente scusa».

In una città ancora impreparata a distinguere gli scienziati che per sette giorni la invadono dai turisti stranieri in calzini bianchi dentro comodi sandali, e dignitosi «manager» in giacca blu con borsa da computer a tracolla, il papà di Galileo consuma un pasto distratto, «il primo piatto della lista», sovranamente indifferente alle schifezze che gli propinano, soavemente lieto di raccontare come vive il «mostro» che soltanto da poco è stato sdoganato da una legge che gli permette di esistere:

«Galileo vive incatenato in una stalla».

Incatenato? E perché?

«Solo chi produce seme ha diritto a una "singola" di quattro metri per quattro. Galileo non produce seme e non salta».

Scusi?

«In gergo tecnico, vuol dire che non si accoppia. Messo davanti a un manichino di vacca, non ha fatto una piega».

E come mai?

«All’età di sei mesi, Galileo è stato sequestrato dai carabinieri per il ben noto "scandalo", e per altri sei è stato tenuto in un centro ippico di Pisa. Quando è tornato, era tardi, non si abituava più».

Provando, magari, con una vaccherella vera?

«Se avesse rapporti fuori dal Centro, non potrebbe più rientrare. Caspita».

E il papà di Galileo, come se la passa?

«Sto per clonare una mucca. Non per fare bistecche, troppo costoso. La gente deve convincersi che la clonazione serve a mogliorare la vita umana. La chirurgia ha fatto passi giganteschi grazie al trapianto di membrane e altre parti animali».

Dove vuole arrivare?

«A Cambridge. E’ un posto bellissimo, i nostri migliori amici sono là. Abbiamo comprato una casa, costava meno che abitare in affitto. Sto ancora pagando il mutuo, però mi consola sapere che, quando andrò in pensione, tornerò ad abitarla».

Più normale di così.