Articolo da "La Repubblica" del 19 ottobre 2005

Sei regioni: stop alla caccia. Storace ferma solo le esche vive
La lobby delle doppiette più forte del virus

FILIPPO CECCARELLI
«C´È UNA Repubblica nella Repubblica, ed è quella dei cacciatori – tuonava invano Francesco Rutelli ormai più di vent´anni orsono – una lobby più potente delle stesse istituzioni». Non c´era allora l´epidemia aviaria: e uno fra i più aggressivi gruppi di pressione, il partito delle doppiette, abile a strappare solo per sé leggi e concessioni non pensava nemmeno di potere un giorno vedersela con i virus, e quindi con la salute pubblica.
Vigeva, a quei tempi, un vero e proprio compromesso storico venatorio. Presidente della Federcaccia era il democristiano Giacomo Rosini, che oltre alle doppiette bianche rappresentava il mondo vitale degli armieri di Brescia; mentre il senatore comunista Carlo Fermariello, storico leader dell´Arci Caccia, recava in dote all´intesa centinaia di migliaia di cacciatori delle regioni rosse. Ma a differenza dal compromesso storico, il Psi era parte integrante di quel patto. A via del Corso, per anni, aveva comandato uno dei più appassionati cacciatori che la vita pubblica italiana abbia mai contemplato: il professor Francesco De Martino, che appena possibile si dileguava da Roma e dagli affari politici - una volta glielo rinfacciò anche il suo avversario Giacomo Mancini - per andare a sparacchiare a beccacce e fagiani.

In questo solo, c´è da dire, i socialisti andavano d´accordo con i socialdemocratici. A tarda età, raggiunto il Quirinale, Giuseppe Saragat era letteralmente impazzito per la caccia. La sua stagione culminò in spaventose carneficine - la dolente contabilità è annotata dal funzionario Mureddu ne «Il Quirinale dei presidenti» (Feltrinelli, 1982) - e banchetti luculliani riservati ai notabili. E se proprio occorre aggiungere qualche altra rimarchevole figura all´antico «partito delle doppiette», beh, dopo tutto i liberali avevano eletto a Palazzo Madama una figura affidabile come Pietro Fiocchi, che come imprenditore produceva le rinomate e omonime cartucce. Oltre a una serie di leggi ad hoc. In più, ai suoi tempi, l´ecologia non era di moda; e tutto insomma si risolveva a favore della caccia.

«C´è una Repubblica nella Repubblica», protestava dunque Rutelli. Ebbene: nulla sostanzialmente è accaduto, dai primissimi anni ottanta, perché quel suo antico giudizio possa ritenersi contraddetto o superato. E´ la lobby delle doppiette, semmai, che si è evoluta, in qualche modo addirittura anticipando le svolte della politica. Nella primavera del 1990 era addirittura sfilato per le vie della capitale, dando un segno di dignità e visibilità. Per il resto, sapeva ben districarsi sul piano della guerriglia in Parlamento. Momento decisivo, il varo, alle 4 di mattina, della legge quadro sulla caccia, nel gennaio del 1992, pochi mesi prima che crollasse la Prima Repubblica.

Ma a quel punto, lungi dall´essere sommerso, anzi forte di un´uscita pubblica che gli dato dignità e visibilità, il mondo venatorio ha mollato i grandi partiti sparpagliandosi fra i piccoli e i piccolissimi senza più residue remore ideologiche, ma anche senza mai prendere di petto con arroganza il mondo ambientalista, che cresceva, ma perdeva peso. Mentre in modo del tutto speculare i cacciatori diminuivano, guadagnando però potere e influenza.

Forse proprio perché la loro lobby s´era fatta flessibile, pragmatica, trasversale. E tale è rimasta, per cui fino a ieri, a Montecitorio, su certi provvedimenti un cacciatore assatanato e un esperto del ramo come il leghista Luigino Vascon si coordinava tranquillamente con l´ex ministro Katia Bellillo, che sarà pure dei comunisti italiani, ma prima ancora è umbra, e dalle sue parti il sabato e la domenica ci si alza quando ancora e buio e si va a sparare, non ci sono santi. Chiedere conferma al ministro dell´ambiente Matteoli, che è di An, ma al dunque resta soprattutto toscano. Nella sua regione vive un sesto dei cacciatori italiani: come potrebbe, proprio lui, metterseli contro?

All´unisono con i produttori di armi e con i commercianti di articoli venatori, nel frattempo il partito della caccia ha depotenziato un paio di minacciosi referendum ottenendo tutto quello che era possibile desiderare dalle istituzioni: calendari, pre-aperture, proroghe, deroghe, sconti, blocco di direttive europee, restrizioni di zone protette, invenzione di spazi «contigui», estensione di specie cacciabili.

Ormai da un quarto di secolo il simbolo animalesco e quindi primario di questo potere si condensa in alcune specie di uccellini: il fringuello, la peppola, il passero, il francolino. I cacciatori non si rassegnano a rinunciarvi, e in un modo o nell´altro, contro tutto e contro tutti, sono sempre riusciti a renderne possibile la caccia. Più che una prova di forza, una questione di principio. Quando il divieto fu fissato a livello europeo, si riuscì a disattenderlo a livello nazionale; quando gli ambientalisti imposero al governo di centrosinistra un «decreto salva-peppola» - e 80 deputati dell´Ulivo proclamarono il loro disappunto - la questione degli animaletti venne inopinatamente a sminuzzarsi lungo un orizzonte regionale. E la lobby, cui non hanno mai difettato le strategie comunicative, invocò la liberalizzazione, il federalismo, la deregulation.

Per certi versi - e non era facile - i cacciatori sono riusciti addirittura a rovesciare l´immagine tendenzialmente violenta che li penalizzava. Così oggi fanno cultura e difendono la natura, e infatti i rappresentanti delle associazioni venatorie stanno nelle commissioni di studio, consigliano ministri e assessori, partecipano alle decisioni negli organi di autogoverno ambientale. E forse i cacciatori italiani sono cambiati per davvero. E forse, com´è nelle speranze, anche in meglio.

Ma adesso? Beh, adesso, con il virus dell´aviaria, con il pericolo vissuto davvero in prima linea, hanno davanti una bella occasione per dimostrarlo. Riporre la doppietta: solo per un po´. Una prova di responsabilità e di maturità, un sacrificio di passione, in fondo, per restituire a tutti quel tanto che da tutti hanno ricevuto.

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