Da "La Repubblica" del 26 marzo 2002

IL RACCONTO

Pavia, l´esperimento all´Università durante il corso per giornalistici scientifici "Open Lab"

Un microscopio e una cellula così ho clonato un topo

Un robot trasforma i movimenti della mano Della tecnica si può impadronire chiunque

DAL NOSTRO INVIATO
ARNALDO D?AMICO
PAVIA - Nonostante se ne parli tanto, la clonazione e la fecondazione in provetta appaiono ai più come dei sortilegi, creati grazie ad apparecchiature sofisticatissime, dai costi proibitivi e accessibili solo a pochi scienziati. Non è così: nel Laboratorio di Biologia dello Sviluppo dell´Università di Pavia, durante il corso per giornalisti scientifici «Open Lab» organizzato da Silvia Garagna, Carlo Alberto Redi e Maurizio Zuccotti (dipartimento di Medicina Sperimentale dell´Università di Parma), i partecipanti (tra cui chi scrive) hanno fatto fecondazioni in provetta, analizzato geni, clonato topi, usando la stessa tecnica con cui è stato clonato un embrione umano lo scorso anno.

La concentrazione doveva essere totale. Anche se un robot trasforma i movimenti della mano in delicati spostamenti di millesimi di millimetro, ci vuole niente a sbagliare.

Attenzione massima per non rompere l´ovulo mentre veniva manipolato con un joystick da videogame, per riuscire poi a vedere dentro la pallida ombra del suo Dna, bucare la membrana con un tubicino di vetro, aspirare la «molecola della vita» e al suo posto, infine, mettere il Dna di una cellula vecchia di un altro essere. Massima concentrazione anche nelle 24 ore successive, con l´attenzione inchiodata davanti alla cella d´incubazione. Aperta, al microscopio il «mio» ovulo appariva diviso, era diventato di due cellule: il segnale che era «partito», che una vita era in preparazione, che la clonazione aveva avuto inizio. La parte più difficile era fatta: sarebbe bastato aspettare che crescesse ancora un po´, diventasse un embrione ed impiantarlo in un utero per avere un individuo-fotocopia.

Così ho «copiato» un essere vivente, e facendo una cosa che non avviene in natura, ho infranto una barriera. Solo dopo è sopraggiunta la consapevolezza di cosa era accaduto nel laboratorio di Pavia.

Erano topi, ma sotto il microscopio ovuli ed embrioni sono come quelli umani. Anche la tecnica usata, quella messa a punto da Teruhiko, Wakayama (ora alla Advanced Cell Technology, l´industria americana che ha annunciato il primo clone umano) e Maurizio Zuccotti è la stessa. Ci sono voluti anni di prove, spesso alla cieca, tentando ora con una sostanza ora con un´altra, dato che troppo poco si sa di cosa realmente determina questo fenomeno di «rinascita». Oggi invece la clonazione è una tecnica di cui chiunque si può impadronire. E in poco tempo.

Strumento cruciale è il micromanipolatore, macchina molto sofisticata che costa intorno ai 100 mila euro, la stessa con cui si esegue la tecnica di fecondazione artificiale Icsi. Permette di aspirare prima il Dna dell´ovulo e poi di inserirvi quello di una cellula adulta. Il momento più delicato si verifica quando, sotto la spinta dell´ago, la parete dell´ovulo resiste, si deforma sino ad apparire come un «8», e infine cede. In neanche un minuto il suo Dna viene inghiottito dall´ago per fare posto a quello della cellula adulta di un altro individuo.

Una scarica elettrica attiva l´ovulo, simulando lo stimolo procurato dall´entrata dello spermatozoo. Dopo 24 ore dalla scossa le cellule sono due, dopo 40 sono 4, dopo 3 giorni e mezzo sono un centinaio. A questo stadio il mucchietto di cellule si distingue in due gruppi: quello esterno diventerà placenta e l´altro, interno, di una decina di cellule di cui appena tre, daranno l´individuo.

Il ciclo della vita è ricominciato e il mistero da scoprire sta in quelle prime 24 ore. Ai fini della ricerca scientifica è inutile andare oltre, non serve impiantare l´embrione e fare nascere il topo.