Articolo da "Il Corriere della Sera" del 19 ottobre 2002.
E arriva il microchip che «legge» il corpo umano

Intesa tra la Stm di Pistorio e la casa francese L’Oréal

MILANO - Quando fu creato, nel 1971 dalla Intel, il microprocessore serviva a fare calcoli e immagazzinare dati, ma negli ultimi trent’anni ha rappresentato un formidabile motore di sviluppo entrando nei pc, nei telefonini, nei televisori, nei freni delle automobili e in mille altre applicazioni intelligenti. Oggi è ancora a questi quadratini di silicio, o meglio, a una nuova generazione di chip così sensibili da poter essere applicati al commercio, a ogni tipo di macchina fino al campo della salute, che si guarda per una nuova rivoluzione tecnologica, che farà ripartire economia e mercati finanziari. Sotto osservazione, indicava infatti ieri il Wall Street Journal in un’inchiesta alla ricerca della Next Big Thing , la prossima svolta tecnologica, ci sono anche il Wi-fi, le nuove reti locali a banda larga per comunicare senza fili; i video giochi, arrivati ormai a un livello di sofisticazione talmente alto da promettere nuove e impreviste applicazioni; ma qualcosa di innovativo probabilmente potrebbe nascere anche dalla musica e dai film diffusi via Internet, una volta che sarà risolta la spinosa questione legale che ha provocato la morte di Napster e fermato la rivoluzione appena nata. Di sicuro i chip sensori sono già la scommessa dell’industria della bellezza e della salute per aprire una nuova frontiera di crescita in una società di consumatori disposti a spendere sempre di più per il proprio benessere e allontanare malattie e vecchiaia. Come dimostra ieri l’annuncio dell’italiana STMicroelectronics, terzo produttore mondiale di microchip, e dalla francese L’Oréal, maggior gruppo di cosmesi al mondo. Insieme hanno presentato il primo semiconduttore capace di misurare il grado di idratazione della pelle, «un’innovazione che apre la strada alla prossima generazione di cosmetici per combattere i segni del tempo», spiegano da Parigi. Il nuovo sensore, che si chiama SkinChip ed è stato sviluppato insieme dalle due aziende, si basa sulla tecnologia del TouchChip, messo a punto da Stm per riconoscere le impronte digitali, che ha rivoluzionato numerose applicazioni di sicurezza in tutti i campi.

«TouchChip analizzava la pelle delle dita, una cosa che ci ha subito interessato. Per questo abbiamo chiesto a Stm di lavorare insieme. L’Oréal ha poi sviluppato con un altro laboratorio di ricerca un software specifico per determinare l’orientamento delle linee superficiali della pelle, perché in funzione di questo si può capire il grado di invecchiamento. Nei bimbi infatti queste linee sono perpendicolari, quando si invecchia appaiono disordinate e in tutte le direzioni. SkinChip ci aiuterà a capire i cambiamenti della pelle legati all’invecchiamento e a trovare le cure per conservarla giovane più a lungo», spiega Patricia Pineau, direttrice della comunicazione e della ricerca scientifica L’Oréal.

Se questa è la prima applicazione dei semiconduttori alla bellezza, nel campo farmaceutico il chip ha già cambiato il modo di fare ricerca. Il gruppo svizzero Novartis, ad esempio, usa il «Gene chip», un quadratino il cui lato misura 1,28 centimetri, per analizzare milioni di geni. I farmaci del futuro, spiegano dai laboratori di Basilea, arriveranno dalle nuove conoscenze sul genoma umano, aiutate da questi nuovi formidabili strumenti, che velocizzano e migliorano le osservazioni.

Una novità arriverà all’inizio di novembre, protagonista ancora StMicroelectronics, che negli Stati Uniti presenterà in anteprima mondiale il primo «Lab on chip», un laboratorio clinico miniaturizzato su un chip per l’analisi di alcuni fluidi organici, come il sangue.

Se l’innovazione è l’unica garanzia per sviluppo e crescita, come non si stanca di ripetere Pasquale Pistorio, presidente di Stm, a volte per trovare nuove strade non serve una nuova tecnologia, ma l’applicazione in un nuovo campo di una tecnologia sviluppata per un altro settore. Come insegna ancora L’Oréal, che in passato ha sfruttato, ad esempio, lo scanner del cervello, nato e utilizzato in medicina, per misurare le emozioni che suscita l’applicazione di una crema sul corpo. O quando ha usato le biotecnologie per ricostruire, in vitro nei propri laboratori, la pelle umana di qualsiasi etnia, riuscendo lo scorso luglio a produrre perfino la pelle invecchiata. O quando, la notizia è di appena una settimana fa, ha adattato il software Catia, sviluppato dalla Dassault System per la rappresentazione tridimensionale nell’industria aeronautica, al capello «per capire tutto ciò che succede all’interno della radice». Lo stesso vale per le nano-tecnologie, studiate soprattutto dall’industria alimentare e farmaceutica, ma che hanno già cambiato la struttura e la composizione di molti cosmetici.

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Giuliana Ferraino