Da "Il Manifesto" del 19 giugno 2002

Post-faber, l'umano nel pianeta della tecnosfera

Geni e cultura Nel segno dell'ibridazione, «Post-human. Verso nuove forme di esistenza» di Roberto Marchesini per Bollati Boringhieri

Visioni parallele Un'evoluzione determinata dall'incontro con l'alterità animale e dall'ibridarsi dell'uomo con i suoi stessi prodotti culturali

FRANCO VOLTAGGIO
La persistente nostalgia per il mondo di «ieri», per un improbabile passato edenico, contrassegnato da luxe, calme et volupté, è provocata dalle paure che inducono in tanti le innovazioni tecnologiche, dai «mostri» delle biotecnologie alle entità prodotte per via informatica (pensiamo ai robot e ai doppi (avatar) degli esseri umani, in grado di riprodursi quali copie perfette degli individui in carne ed ossa, ma quali enti immateriali, senza corpo e, pertanto, sottratti alla sofferenza, alle malattie e alla morte cui sono soggetti gli «originali» e contrassegnati da una vita dominata esclusivamente dalla felicità della conoscenza; puri spiriti, dunque, che, lungi dal darci il dubbio dono dell'immortalità, potrebbero, chissà, cospirare a disfarsi del loro hardware). Forse, tuttavia la lezione che il nostro più remoto passato può impartirci, con la dominanza in esso del continuo intreccio con l'alterità animale, potrebbe essere un po' diversa: aiutarci a gettare uno sguardo «metafisicamente meno angosciato», per usare un'espressione cara a Gianni Vattimo, sull'insieme di nuove forme di esistenza (post-human) destinate a darsi in un prossimo futuro, senza indulgere o al trionfalismo tecnofilo o all'esecrazione tecnofobica. E' quanto ci invita a fare Roberto Marchesini in Post-human.Verso nuove forme di esistenza (Bollati Boringhieri, 577 pagine, euro 32,00). Esiste, sostiene Marchesini, un mito della sostanziale «incompletezza» dell'uomo, in primo luogo rispetto agli altri primati, in secondo luogo rispetto agli animali in generale. Questo mito, che affonda le sue radici nella più remota antichità, ha trovato, nel ventesimo secolo, una legittimazione scientifica nella teoria «neotenica», incentrata sulla sostanziale «immaturità» dell'animale umano, i cui assunti di base possono essere così riassunti: da un comune ceppo di primati si sarebbero diramate due distinte linee filetiche, l'una che avrebbe dato luogo a un animale embriologicamente «specializzato», contrassegnato da arti prensili, pelame folto, unghioni, tutti tratti, caratteristici della grande scimmia, tali da metterla in condizione di contrastare efficacemente le sfide ambientali; l'altra, per contro, che sarebbe sfociata nell'uomo, un animale incapace di vivere sugli alberi, debole, costretto alla natura eretta e sostanzialmente indifeso all'interno di un ambiente ostile.

A poco a poco l'inferiorità umana si sarebbe tuttavia ribaltata in superiorità nei confronti dell'intero regno animale, primati compresi. La statura eretta avrebbe comportato la divaricazione accentuata delle orbite oculari rispetto al setto nasale, producendo insieme una vista più acuta e una più complessa conformazione del cervello; gli arti anteriori, divenuti superiori, avrebbero reso possibile l'uso delle estremità come «mani» e conferito all'uomo la sua speciale indole di faber.

Queste caratteristiche si sarebbero associate alla tendenza alla concentrazione conseguente allo «spaventoso spavento» delle origini - come dire che, incapace di reagire con efficacia agli stress dell'ambiente, l'uomo si sarebbe inizialmente chiuso a riccio in se stesso - e avrebbero prodotto una speciale forma di intelligenza che, con l'uso mirato delle mani, avrebbe portato all'invenzione del bastone, dell'arco, e poi di strumenti sempre più sofisticati, dando così origine alla tecnica. Di qui la signoria dell'uomo sul mondo tutto, attuato in forza della tecnica e della cultura.

Tuttavia, osserva giustamente Roberto Marchesini, le cose non sono andate esattamente così. Innanzitutto, a fronte delle attuali conoscenze biologiche e, in particolare, degli assunti di base dell'evoluzionismo, non si può parlare, in linea di principio, di incompletezza a riguardo di nessuna specie, tanto meno di quella umana. L'uso di questo concetto scaturisce da un duplice errore: la confusione tra filogenesi, vale a dire la formazione di una specie a partire da un preciso patrimonio genetico, e l'ontogenesi, cioè lo sviluppo di un suo singolo individuo; la riduzione del processo selettivo soprattutto alla selezione sessuale.

Il primo errore sta nell'ignorare che, se i geni sono «istruzioni per l'uso», cioè programmi che attendono di essere rigorosamente eseguiti, l'individuo è però incessantemente sottoposto a una pressione selettiva che può modulare in modo imprevedibile il programma genetico, producendo quelle «variazioni» che, trasmesse per via ereditaria, rendono possibile, a partire dal primo ontotipo variato («fenotipo»), l'evoluzione della specie stessa.

Per quanto riguarda il secondo errore, va precisato che la pressione selettiva viene esercitata da innumerevoli altri fattori che, in prima istanza, fanno capo al fatto, indiscutibile, che una specie non si evolve da sola, ma con tutte le altre, talché in concreto nella biosfera tutte le specie, compresa quella umana, si incontrano incessantemente con l'alterità. Sono tutte, in una parola, contrassegnate da bridazione.

Nell'uomo, in particolare, l'ibridazione è stata prodotta, oltre che spiegata dalla sua appartenenza al mondo animale o teriosfera, dal contatto con gli animali, soprattutto con quelli con lui coevoluti attraverso l'addomesticamento. Né l'ibridazione si limita al costante incontro con l'alterità animale, giacché contempla l'ibridarsi dell'uomo con i suoi stessi prodotti culturali, dunque anche con il mondo delle macchine o tecnosfera.

A questo punto dobbiamo chiederci perché, nella interpretazione che l'uomo dà della sua collocazione nella natura, la filogenesi prevale sull'ontogenesi. La risposta non è difficile. Ancorarsi ad una prospettiva puramente filogenetica, che contempla la mera, continua, necessaria ed inevitabile esecuzione del programma genetico, è una concezione legata alla strategia di sopravvivenza. Pensare di essere sempre se stessi, una «magnifica ossessione» sottesa al mito biblico della fissità della specie umana, e per essa di tutte le specie, equivale a codificare credenze e costumi intesi a permettere la permanenza invariata nel tempo, cioè, per l'appunto, la sopravvivenza.

Lo strumento primario escogitato dalle comunità umane per sopravvivere è la cultura. Solo che proprio in essa si manifestano incessantemente processi che mettono in iscacco i nostri miti. In alcune delle pagine più penetranti del libro (v. pp.141-171) Marchesini individua questi processi in un tipico prodotto culturale umano, la scienza, logica confutazione tanto dei miti, quanto degli errori del senso comune. Per il senso comune, ad esempio, continua a valere uno dei classici «errori popolari degli antichi», cioè la credenza nel moto (solo apparente) del Sole attorno alla Terra, tant'è vero che continuiamo a dire che il Sole sorge ad Est e tramonta ad Ovest. Si tratta ovviamente di una teoria falsa, la cui confutazione, tuttavia, non è nata da una immagine fornita dai nostri sensi, ma da una visione generata da quella speciale forma di immaginazione che è la «immaginazione scientifica», le cui immagini non hanno fondamento nella intuizione sensibile ma - tutto al contrario -, in un movimento del pensiero che riposa sul sospetto della fallibilità dei sensi.

Questo particolare stile del pensiero scientifico dà luogo a quella che, con Roberto Marchesini, chiamiamo controintuizione (un'immagine cioè del tutto contraria all'intuizione sensibile). Le conseguenze della controintuizione sono, tuttavia, assolutamente ragionevoli: la matematica (la più controintuitiva delle scienze) ci consente la misura e il conteggio degli oggetti, in astronomia l'eliocentrismo ha mutato le condizioni dei viaggi umani. Questa «ragionevolezza» mostra che la scienza nasce da problemi sempre nuovi, posti dall'incontro dell'uomo con il mondo animato e inanimato, dunque con l'alterità, talché la stessa scienza è in definitiva un fenomeno di ibridazione.

Se, inoltre, riflettiamo, tanto per fare un esempio, alle osservazioni di Leonardo sul volo degli uccelli che hanno portato a concepire la possibilità del volo umano, scopriamo che la stessa scienza, come la stessa tecnica, non fanno che dilatare l'ibridazione con l'alterità animale.

In questa prospettiva si comprende perché mai Marchesini contesti tanto radicalmente quello che chiama l'«antropocentrismo epistemologico», una visione del mondo e della conoscenza tutta incentrata sull'uomo. Un antropocentrismo che, per di più, si riverbera sull'approccio adottato dai dell'intelligenza artificiale, senza riflettere al fatto che le macchine, computer compresi, non è che un prolungamento della ibridazione iniziata con l'addomesticamento degli animali.

La posizione adottata da Marchesini in Post-human, non è però affatto antiumanistica. Riecheggia, semmai, l'umanesimo autentico del Rinascimento, segnato dalla riscoperta della corporeità e della continuità tra uomo e natura. C'è da scommettere che il libro di Marchesini susciterà non poche polemiche. Non sarà un gran male. Speriamo però che, nel fervore del dibattito, non si smarrisca quello che è l'aspetto più apprezzabile e significativo della personalità di questo studioso: l'idea della riflessione e della conoscenza come un «sapere dei limiti» e dunque della responsabilità: limiti che Marchesini, coerentemente, interpreta quale soglia dell'incontro dell'umano con il non umano.