| Ai confini del post-umano di GILLO DORFLES L’antagonismo sempre più feroce tra i custodi dell’umanismo e di una predilezione per il rispetto totale della natura - dunque per il rigetto degli svariati tentativi di «ibridazione» (termine diventato troppo di moda à tort et a travers ) biotecnologica e di manipolazione genetica -; e coloro, invece, che giungono già oggi a considerare necessario l’avvento delle più ampie modificazioni corporee attraverso nuove modalità biologiche; non è che un esempio del fatto che l’umanità si trova già ora davanti al dubbio se valicare o meno la soglia del post-umano per volgersi verso quel trans-umano che dovrebbe «umanizzare» anche i meccanismi artificiali e robotizzare anche la sensorialità e la coscienza dell’uomo. Non condivido a pieno la presa di posizione di Marchesini - alquanto ottimistica - a questo proposito. In effetti, anche se non credo sia lecito rimanere abbarbicati a desuete impostazioni «umanistiche»; non credo neppure che l’uomo possa acquisire valenze superumane solo con qualche chip inserito nella corteccia cerebrale o con qualche meccanismo elettronico che guidi i suoi arti e - perché no - i suoi «pensieri». Non è certo solo con un’esaltazione delle «protesi sensoriali» che l’uomo riuscirà a superare quella barriera di «ottusità» che, oggi come sempre, lo costringe nella palude del dubbio e nel desiderio di impossibili aperture. Lo riconosce anche Marchesini, quando afferma: «In questa profonda spaccatura tra il desiderio di rimanere gli unici veri protagonisti nell’universo palcoscenico e il bisogno sempre più urgente di immergersi e lasciarsi perfondere dall’alterità tecnologica, ossia dal non-umano, si situa il grande dilemma della contemporaneità». Questa valutazione è senz’altro fondata: non c’è dubbio che l’uomo dei nostri giorni ha sviluppato straordinarie potenzialità tecniche e percettive (prima ancora che conoscitive) dovute a una diversa valutazione delle costanti temporospaziali modificate in seguito all’avvento, non solo della rapidità dei trasporti, ma dell’accelerazione sensoriale dovuta a nuove stimolazioni mediatiche (dalla radio al video, dai videogiochi, alla televisione, dall’Internet al computer).
Non credo, tuttavia, che questa esaltazione percettiva, ed esistentiva dell’uomo odierno debba essere considerata come la più eccelsa meta da raggiungere. Credo piuttosto che un riagganciarsi alla natura, attraverso un diretto rapporto con la stessa, continui ad essere nonostante tutto auspicabile. In altre parole quella componente «antropica», fonte da sempre delle nostre emozioni e della nostra espressività patetica ed estetica, dovrebbe venir costantemente potenziata; non solo attraverso manipolazioni meccaniche, attraverso «protesi» sensoriali o addirittura attraverso l’uso di droghe psichedeliche o di pratiche falsamente iniziatiche; ma attraverso una vivacizzazione della nostra propiocettività individuale e della nostra sensorialità cosciente. In definitiva, molto platealmente, mi si consenta di concludere affermando come anche la prospettiva - ormai non più fantascientifica - di potersi trasferire a volontà entro un paesaggio di montagna (virtuale) sulla coltre nevosa scintillante al sole, dove la brezza fresca e ossigenata dei duemila metri ci consenta di scendere lungo un pendio innevato con ottimi sci (pur essi virtuali) non ci offrirà mai l’estasi d’un’autentica gita sulle Alpi (prima che l’effetto serra abbia distrutto l’ultimo lembo di «autentico» ghiacciaio). |
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