Articolo da "Il Corriere della Sera" del 31 agosto 2002
Ai confini del post-umano

di GILLO DORFLES
Quando - osservando un qualsiasi documentario sulle recenti imprese spaziali - assistiamo al galleggiare d’un astronauta mentre si sforza di afferrare un tegame sospeso a mezz’aria, questo fatto prodigioso non ci stupisce più che tanto; come non ci stupisce di vedere il terzo braccio (meccanico) di Stelarc - il noto bodyartista - muoversi volontariamente mentre le sue braccia «vere» sono
eterodirette. Ci sconcertano, per contro, i racconti dei lama che, levitando, si trasferiscono da un luogo all’altro o i frequenti dispettosi interventi dei Poltergeist che scompigliano e fanno volare tutte le suppellettili d’una casa. Ebbene, credo che proprio in questa dicotomia tra credibilità di quanto è giustificato dalla scienza e incredibilità di quanto sfugge ai dettami (o ai preconcetti) della ragione, stia uno dei grandi dilemmi circa la nostra capacità di valutare dove cominci e dove finisca il settore dell’umano e del post-umano. Ma forse il vero errore sta nel credere che non sia naturale ma «soprannaturale» tutto ciò che va contro certe leggi fisiche; almeno quelle che oggi conosciamo. Che l’uomo - oggi più che mai - cerchi di superare queste leggi, lo provano le infinite situazioni rese possibili dalle nuovissime tecnoscienze e bioscienze; e persino dalla sottomissione di valenze estetiche a strumentazioni elettroniche d’ogni tipo. Quanto sia problematico ogni abbandono della naturalità verso inesplorati e spesso inesistenti «paradisi artificiali»; e d’altro canto quanto sia fondamentale rendersi conto delle inedite potenzialità di tante tecniche recenti, viene sottolineato, con un imponente bagaglio di informazioni scientifiche e filosofiche, dal recente saggio di Roberto Marchesini ( Post-human, verso nuovi modelli di esistenza , Bollati Boringhieri, 2002) il quale afferma: «L’intento di questo libro è proprio quello di sfatare il pregiudizio dell’autosufficienza dell’uomo, dell’idea che lo sviluppo culturale abbia seguito un percorso divergente dai modelli naturali, discostandosi sempre più dal commercio con l’alterità non-umana»; e ancora: «Il punto chiave sembra essere una sorta di antropocentrismo ontologico che non permette di guardare con chiarezza la posizione dell’uomo all’interno dei fenomeni naturali».

L’antagonismo sempre più feroce tra i custodi dell’umanismo e di una predilezione per il rispetto totale della natura - dunque per il rigetto degli svariati tentativi di «ibridazione» (termine diventato troppo di moda à tort et a travers ) biotecnologica e di manipolazione genetica -; e coloro, invece, che giungono già oggi a considerare necessario l’avvento delle più ampie modificazioni corporee attraverso nuove modalità biologiche; non è che un esempio del fatto che l’umanità si trova già ora davanti al dubbio se valicare o meno la soglia del post-umano per volgersi verso quel trans-umano che dovrebbe «umanizzare» anche i meccanismi artificiali e robotizzare anche la sensorialità e la coscienza dell’uomo.

Non condivido a pieno la presa di posizione di Marchesini - alquanto ottimistica - a questo proposito. In effetti, anche se non credo sia lecito rimanere abbarbicati a desuete impostazioni «umanistiche»; non credo neppure che l’uomo possa acquisire valenze superumane solo con qualche chip inserito nella corteccia cerebrale o con qualche meccanismo elettronico che guidi i suoi arti e - perché no - i suoi «pensieri». Non è certo solo con un’esaltazione delle «protesi sensoriali» che l’uomo riuscirà a superare quella barriera di «ottusità» che, oggi come sempre, lo costringe nella palude del dubbio e nel desiderio di impossibili aperture. Lo riconosce anche Marchesini, quando afferma: «In questa profonda spaccatura tra il desiderio di rimanere gli unici veri protagonisti nell’universo palcoscenico e il bisogno sempre più urgente di immergersi e lasciarsi perfondere dall’alterità tecnologica, ossia dal non-umano, si situa il grande dilemma della contemporaneità». Questa valutazione è senz’altro fondata: non c’è dubbio che l’uomo dei nostri giorni ha sviluppato straordinarie potenzialità tecniche e percettive (prima ancora che conoscitive) dovute a una diversa valutazione delle costanti temporospaziali modificate in seguito all’avvento, non solo della rapidità dei trasporti, ma dell’accelerazione sensoriale dovuta a nuove stimolazioni mediatiche (dalla radio al video, dai videogiochi, alla televisione, dall’Internet al computer).

Non credo, tuttavia, che questa esaltazione percettiva, ed esistentiva dell’uomo odierno debba essere considerata come la più eccelsa meta da raggiungere. Credo piuttosto che un riagganciarsi alla natura, attraverso un diretto rapporto con la stessa, continui ad essere nonostante tutto auspicabile. In altre parole quella componente «antropica», fonte da sempre delle nostre emozioni e della nostra espressività patetica ed estetica, dovrebbe venir costantemente potenziata; non solo attraverso manipolazioni meccaniche, attraverso «protesi» sensoriali o addirittura attraverso l’uso di droghe psichedeliche o di pratiche falsamente iniziatiche; ma attraverso una vivacizzazione della nostra propiocettività individuale e della nostra sensorialità cosciente.

In definitiva, molto platealmente, mi si consenta di concludere affermando come anche la prospettiva - ormai non più fantascientifica - di potersi trasferire a volontà entro un paesaggio di montagna (virtuale) sulla coltre nevosa scintillante al sole, dove la brezza fresca e ossigenata dei duemila metri ci consenta di scendere lungo un pendio innevato con ottimi sci (pur essi virtuali) non ci offrirà mai l’estasi d’un’autentica gita sulle Alpi (prima che l’effetto serra abbia distrutto l’ultimo lembo di «autentico» ghiacciaio).