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Alessandro
Lanni
ORALITÀ,
SCRITTURA,
GLOBALIZZAZIONE E NUOVE TECNOLOGIE
intervista
con Jack Goody
«Ricordo
quando andavo al Pincio in un bar che si chiamava Casina delle Rose.
Era il '43. Esiste ancora quel locale?» Jack Goody, classe 1918, è da
sessant'anni di casa in Italia. Ma da quando un cameriere di fiducia lo
faceva sedere a pochi tavoli di distanza dai soldati nazisti che
occupavano la Capitale a Roma è tornato poche volte. «Abitavo dalle
parti di Porta Pia», ci tiene a dirmi con un certo vanto. Incontro uno
dei monumenti dell'antropologia contemporanea in un bel caffè di fronte
al duomo di Modena. Seduti ad un semplice tavolino nel retro sembriamo
due turisti a caccia di culatello e parmigiano. Il professore del St.
John's College di Cambridge ha una bella camicia da smoking e un
gessato senza cravatta. Ho di fronte una testa bianca che sembra Wim
Duisenberg, l'ex capo della banca europea. Lo guardo e mi passano
davanti decine di titoli che tengo stancamente adagiati nella libreria
di casa, titoli che vanno dai classici delle scienza umane come L'addomesticamento del pensiero selvaggio a studi sui fiori (La cultura dei fiori) al mito dell'esotico (L'Oriente in Occidente). Da trent'anni studia il rapporto tra
oralità e scrittura e l'impatto che questa "tecnologia dell'intelletto"
- così Goody definisce la scrittura - ha avuto sulle società.
L'argomento della nostra conversazione era chiaro, dunque, fin dal
principio.
Professor
Goody, in molti sostengono che dopo l'avvento di nuove tecnologie come
Internet alcune capacità dell'uomo andranno perse. In primo luogo la
memoria. Ma questo non lo sosteneva anche Platone nel Fedro a
proposito della scrittura?
Platone
era convinto che la scrittura distruggesse la memoria. In realtà la
faccenda è molto più complessa: la scrittura ci offre un nuovo spazio
dove immagazzinare le informazioni. Ci consente di riporre le
informazioni in un posto fisicamente al di fuori di noi. E quindi non
possiamo spostarci portando le informazioni direttamente nella nostra
testa, nel nostro cervello. Quindi, è vero che in un certo senso la
scrittura compromette la memoria umana. Va specificato però che
s'intende nel senso ristretto di quello che è nella nostra testa: la
memoria interna.
Ma la
Memoria con la "m" maiuscola, la memoria collettiva di una civiltà
diventa molto più potente attraverso la scrittura.
È
dimostrato che le persone che sanno leggere hanno una memoria molto più
precisa degli analfabeti. Infatti, se stai cercando di immagazzinare
qualcosa nella memoria e la leggi, ovviamente non la leggerai una volta
sola ma parecchie volte, ripetendola a mente mentre la leggi e quindi
la fisserai con maggior precisione. Per esempio, molti musulmani
imparano il Corano a memoria senza capirne veramente il contenuto sacro
e lo stesso avviene in Occidente: molti imparano la Bibbia a memoria
magari senza comprenderne il contenuto. Nel fare questo ripetono più
volte il testo per impararlo e quindi fanno esercizio di memoria.
Ovviamente, dipende da cosa intendiamo per memoria perché se tu mi
parli probabilmente posso ripetere quello che hai detto, ma non lo
ripeterò esattamente, lo trasformerò secondo la mia soggettività,
mantenendone solo l’abbozzo.
Ed è
stata la scrittura alfabetica e la pratica della lettura ad operare
questa rivoluzione nella nostra capacità cognitiva e parallelamente
nella nostra cultura?
Non c’è
dubbio che un certo tipo di scrittura possa migliorare la memoria umana
in termine di accuratezza e precisione. E anche migliorare in termini
quantitativi, perché con la scrittura possiamo aumentare la quantità di
informazioni (non possiamo imparare a memoria tutti i libri di una
biblioteca).
Cosa
pensa dello "scontro di civiltà" in atto in questi anni? Secondo lei ha
qualcosa a che fare con uno scontro tra modalità di scrittura, in senso
astratto? Tra mondo occidentale che significa mondo alfabetizzato e
mondo orientale o arabo che significa un sistema di scrittura non
alfabetico, almeno in origineŠ
Si parla
molto dei sistemi di scrittura arabo ed ebraico. Hanno anche loro le
vocali, come nell’alfabeto greco, ma vocalizzano parlando perché la
loro modalità di scrittura si basa solo sulle consonanti. Lo stesso
vale anche per l’indiano. Secondo me, però, la logica sottesa a tali
linguaggi rimane quella alfabetica (hanno pur sempre le vocali, anche
se le mettono direttamente nel parlato), quindi non credo si possa
parlare di contrapposizione tra culture originato esclusivamente da un
fattore del genere. E penso che tale discorso non possa essere fatto
neanche in riferimento al cinese.
Eppure è
molto difficile entrare in quelle culture "esotiche" da uomini
alfabetizzati.
È vero
che noi che abbiamo una scrittura alfabetica non possiamo leggere e
comprendere queste lingue senza impararne le regole prima. Ma è anche
vero che comunque tutti possediamo dei sistemi di scrittura, e questo è
un elemento che ci accomuna più di quanto le differenze specifiche tra
“alfabeti” ci dividano. Tutti questi sistemi di scrittura si sono
evoluti nel corso dei secoli, e quest’evoluzione ha portato a risultati
molto simili nelle diverse culture. In Cina, in India, nel mondo
islamico e in Europa. Tendiamo sbagliando a enfatizzare troppo le
differenze senza porre l’accento sugli elementi comuni. Le differenze
tra le culture sono più di carattere politico che comunicativo.
Secondo
lei è possibile stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto tra
diffusione di scrittura alfabetica e globalizzazione? E¹ la scrittura
alfabetica, con la sua astrattezza e vocazione all'universalità,
all¹origine della globalizzazione?
Penso che
la globalizzazione dipenda dalla capacità di diffusione delle
informazioni in aree sempre più vaste, ma non specificatamente alla
diffusione della scrittura alfabetica. Perché la scrittura alfabetica è
comunque legata alla lingua nazionale e quindi quando si parla di
scrittura alfabetica non si può farlo coincidere con un sistema globale
di informazione. Internet, infatti, è diventata il simbolo della
comunicazione globale non tanto per la scrittura alfabetica utilizzata,
che nella maggior parte dei casi è l’inglese una lingua ormai
internazionale ma pur sempre specifica quanto perché rappresenta un
modello decentralizzato di comunicazione. Non si tratta tanto di
sistemi alfabetici legati a singole comunità linguistiche, quanto
piuttosto a un sistema di comunicazione globale.
Può
esistere una lingua globale?
E’
universale una lingua che sia più che altro un sistema simbolico
condiviso da tutti - per esempio il cinese: è un insieme di segni che
significano qualcosa per i cinesi ma possono essere utilizzati anche in
altre zone, basta che gli si attribuisca un significato specifico. Una
lingua come quella della matematica, che è un linguaggio non alfabetico
compreso in tutto il mondo (se scrivo 1 voglio intendere sempre lo
stesso concetto, e questo è transnazionale). La matematica non è un
linguaggio fonetico in cui i significati sono legati ai suoni delle
parole, bensì un linguaggio in cui i significati sono legati al
concetto, per esempio il concetto di unità, che è identico in tutte le
culture.
È
possibile trovare un candidato per questo ruolo di lingua comune?
A questo
dobbiamo mirare. È l’obiettivo che i cinesi si propongono per la loro
lingua: arrivare a un sistema alfabetico che possa trascendere i
singoli gruppi linguistici. Solo allora si potrà parlare di linguaggio
globale. Il principale candidato è il cinese, perché ha un sistema di
segni grafici un po’ simile al linguaggio della matematica. Tuttavia è
difficile da imparare, perché ci sono tantissimi segni da memorizzare.
Però potrebbe diventare un sistema universale.
Ma gli occidentali non si piegheranno mai a fare proprio il
sistema grafico cinese…
Allora
c’è un’altra soluzione più semplice, ma più astratta: quella di
imparare solo 26 segni alfabetici, magari inventarli, e costruire un
linguaggio ex novo.
In ogni
caso, mi sembra di capire che può esistere un legame tra codici grafici
e diffusione planetaria di una cultura.
Se
parliamo di scrittura in generale, anche quelle non alfabetiche, io
credo che sì, l’effetto di globalizzazione viene aumentato dalla
scrittura. Credo che questa situazione derivi dal fatto che anche i
paesi in via di sviluppo hanno deciso di seguire le altre nazioni e
sposare immediatamente la logica dell’alfabetizzazione universale. Un
logica che viene portata avanti anche dai programmi di istruzione
dell’Unesco.
Sta
criticando i programmi dell'Unesco in Africa? Non è forse utile saper
leggere e scrivere?
L’alfabetizzazione
in un certo senso è stata sopravvalutata, perché per gestire una
fattoria in Africa non serve essere letterati. Però è anche vero che i
personaggi importanti della storia, soprattutto dell’ultimo secolo,
quelli che hanno guidato la resistenza al colonialismo e capi di
movimenti indipendentisti per esempio, erano istruiti, e per questo è
comprensibile questa ambizione di far tutti uomini colti. Così si è
creata una sorta di logica dell’"apologia universale della scrittura”.
Ma nel senso che oggi si è globalizzata la capacità di scrivere e non
quella di comunicare, perché tutti sanno scrivere ma ognuno lo fa nella
propria lingua. Ed è chiaro che se scrivi in un dialetto africano
potrai comunicare con molte meno persone che se lo facessi in inglese.
Neil
Postman, celebre allievo di McLuhan scomparso da qualche mese, nel
libro Divertirsi da morire (I libri di Reset - Marsilio)
sostiene che la democrazia è strettamente collegata alla cultura della
scrittura e della stampa e che nell'era televisiva un paese democratico
sia in pericolo di vita. Cosa ne pensa? La televisione è una minaccia
per il nostro intelletto, per le nostre facoltà razionali?
Senz’altro
la televisione ha rivoluzionato la nostra visione del mondo, ma credo
che il vederla come una minaccia alla democrazia sia un’esagerazione,
proprio come all’inizio si era pensato che la scrittura dovesse
distruggere il valore dell’oralità. Io invece credo che la tv abbia
aumentato la democrazia, in termini di circolazione delle informazioni
e allargamento dell’opinione pubblica, soprattutto in Africa o in
India, dove anche la gente che non sapeva leggere e scrivere ha avuto
finalmente accesso alle informazioni. E poi la televisione segue il
gusto popolare, anche se questo può non piacerci, se possiamo preferire
Shakespeare alle soap opera. La tv non è tanto una minaccia alla
democrazia, quanto alla cultura d’elite. Oltre al fatto che forme
culturali prima fruite esclusivamente dall’elite colta, che sapeva
leggere, sono diventate accessibili a tutti: pensate ai romanzi, per
esempio i Promessi sposi di Manzoni.
Esiste un
legame tra filosofia e scrittura?
I
filosofi hanno legato in modo sbagliato le acquisizioni delle loro
indagini alla scrittura. Le speculazioni della maggior parte dei
filosofi che conosciamo sono di ordine logico, e quindi il loro
sviluppo si affida alla scrittura; ma anche nelle culture orali, la
gente si siede insieme e si interroga su questioni altrettanto degne di
attenzione. Il nocciolo della questione è la maggiore capacità di
riflessione e approfondimento che la parola scritta ci offre.
Nel suo
ultimo libro tradotto in italiano, Il potere della tradizione
scritta (Bollati Boringhieri), critica la posizione di Jacques
Derrida, forse il più importante pensatore che ha studiato il rapporto
tra filosofia e scrittura?
Per
quanto riguarda Derrida, egli ha una concezione originale della
scrittura: come di un qualcosa di comune sia al mondo scritto che al
discorso. In particolare, egli parla delle frasi come di “tracce nella
memoria”. E poi confonde, o comunque accomuna, diversi tipi di segni:
quelli che scrivi sulla pagina e quelli linguistici che corrispondono
al discorso. Una lingua non è semplicemente tracciare dei segni su una
parete, su un foglio di carta, ecc. al contrario è un’operazione molto
più complessa. Anche io, adesso, parlando, la sto compiendo; e sto
utilizzando un codice parecchio specifico e la risposta a Derrida credo
l’abbia data Lacan, affermando che bisogna distinguere tra segni
grafici e codici linguistici. Due elementi che Derrida confondeva e che
invece bisogna tenere separati. La confusione tra i due può andar bene
in certi casi, ma a scopo analitico è deviante. Derrida ha secondo me
qualcosa di importante da dire quando parla di natura dei segni e della
semantica, ma in questo settore preferirei qualcun altro.
Bocciato
Derrida, rimane qualcun altro?
Non
conosco tutti coloro che si sono occupati dell’argomento, comunque non
credo che esista un solo filosofo che abbia catturato la vera essenza
della scrittura. E poi credo che la maggior parte delle questioni poste
intorno alla scrittura siano state determinate proprio dall’aumento di
riflessività e riorganizzazione dei pensieri prodotto dalla scrittura.
Con questo non voglio dire che nelle culture orali non ci sia motivo di
discussioni. Anche loro hanno sollevato parecchie questioni
filosofiche, riguardo soprattutto alla natura del divino e al rapporto
dell’uomo con la divinità, perché dio ha creato il mondo, il bene e il
male, ecc., visti come problemi concreti. La scrittura invece rende
tutto astratto e più distante.
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