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di Antonio Senta: tonisenta@hotmail.com vai alla Prima parte
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| 1. Lacqua globale Lacqua è fonte di vita, elemento indispensabile ad ogni essere vivente in qualsiasi ecosistema. Lacqua è una risorsa unica e insostituibile e un diritto inalienabile delluomo sancito da diversi accordi internazionali (Convention on the Elimination of all the forms of Discriminations Against Women, 1979; Convention on the Rights of the Child, 1989; Intrnational Covenant on Economic, Social and Cultural Rights, 2002). Lacqua è, o dovrebbe essere, un bene comune, ovvero qualcosa garantito a tutti oggi e alle generazioni successive. Eppure circa un miliardo e mezzo di persone nel mondo non hanno accesso ad una quantità sufficiente di acqua potabile (venti litri al giorno secondo le stime dellOrganizzazione Mondiale della Sanità), mentre lundici per cento della popolazione mondiale consuma quasi il novanta per cento dellacqua disponibile. Questo a dire che lassenza dellacqua è una realtà tragica oggi, una della cause maggiori di povertà e mortalità infantile nel Sud del mondo e allo stesso tempo la cartina al tornasole, per così dire, degli squilibri provocato dal sistema capitalista. Nonostante una crisi idrica mondiale sia innegabile, crisi che vede molti paesi, in particolare in Africa e in Medio Oriente, in una situazione di stress idrico permanente, essa non è frutto di un destino irremovibile, ma di logiche e di profitto attraverso le quali il potere usa laccesso allacqua come meccanismo di oppressione e ricatto. [per un approfondimento sulla situazione globale dellacqua potete vedere: www.ilrigsa.org.za] Basti citare il caso più famoso ed eclatante, quello della Bolivia: Alla fine degli anni Novanta una multinazionale americana, la Bechtel, decise di privatizzare le risorse idriche del paese compresa lacqua piovana: non vi era nessuna ragione di ciò, se non il fatto che nellacqua è stata vista una fonte di profitto. Lì la reazione della popolazione è stata decisa: nell'aprile del 2000 la popolazione di Cochabamba è insorta. Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada a protestare, trasporti e accessi sono stati bloccati, il governo ha risposto dichiarando la legge marziale. Risultato: centinaia di feriti, un ragazzino di 17 anni ucciso con un colpo di fucile al volto, arresti e deportazioni di attivisti nella notte. Non sorprende che, riferendosi a quelle giornate, in Bolivia si parli della "guerra dell'acqua". Questi drammatici avvenimenti hanno portato al ritiro della multinazionale e ad un lento, faticoso processo di ripubblicizzazione della risorsa. Il caso che ho studiato più da vicino è quello del Sudafrica, terra umida, nella quale lacqua è generalmente abbondante: ebbene il possesso e la mancanza di essa sono in Sudafrica il sintomo della condizione sociale di appartenenza. I ricchi ( e ancora al novantanove per cento bianchi) hanno piscine e campi da golf abbondantemente irrigati, i poveri della townships (baraccopoli) non hanno i soldi (la disoccupazione tocca lottanta per cento in alcune zone) per pagare le bollette e il comune taglia loro lallacciamento, lasciandoli letteralmente morire di sete. [Per un approfondimento sulla situazione in Sudafrica potete vedere http://socialdesignzine.aiap.it/sdz/archives/005550.php] Un altro caso noto e denunciato da attivisti quali Vandana Shiva- è la privatizzazione delle risorse idriche nel Kerala (India): qui le sorgenti un tempo disponibili a tutti sono ora della proprietà della Coca Cola che le sta rapidamente esaurendo. Questo per dire che i processi di privatizzazione sono veramente globali e toccano ogni continente, compresa lEuropa ed il nostro paese. [per un quadro dei processi di privatizzazione e della resistenza che questi incontrano nel mondo potete vedere il libro Acqua per un modello pubblico di gestione. Successi, lotte, sogni, a cura di Augusto de Sanctis, la cui versione italiana è in uscita in questi giorni.] 2. Lacqua locale LItalia ed in particolare alcune regioni del Sud rientrano nel panorama delineato. I cittadini italiani da parte loro stanno subendo anche essi le conseguenze dei processi di privatizzazione cui si è fatto riferimento, che in molti casi significa un aumento delle bollette. L' Italia ha una fisionomia geologica molto differenziata ed anche se la disponibilità di acqua è mediamente maggiore che in altre parti di Europa, grandi sono le differenze allinterno del paese . Come risultato, un italiano su tre non ha accesso ad una quantità sufficiente di acqua potabile, anche se l'Italia ha il tasso pro capite di consumo domestico di acqua più alto fra i paesi dell' Unione Europea (78 metri cubi per famiglia). La mancanza di un accesso garantito allacqua è un problema per molti abitanti del sud e delle isole. La percentuale di coloro i quali mancano di una fornitura costante di acqua potabile varia dal 55.3% della popolazione in Sardegna all88.4% in Molise e in Calabria. In molte zone del Sud Italia l'acqua è garantita soltanto alcuni giorni alla settimana e a volte soltanto per alcune ore. Questo attualmente accade in alcune zone della Sicilia, del Molise e della Calabria. Numerosi cambiamenti infatti si sono verificati durante i decenni passati nella gestione del servizio idrico. Lultimo in ordine di tempo e attualmente in formazione è il progressivo passaggio della gestione dal settore pubblico al privato, passaggio in alcuni casi ancora parziale cui si fa solitamente riferimento con lespressione di partenariato tra pubblico e privato. In altre parole il settore pubblico, lo Stato e i poteri locali, non hanno più il monopolio della gestione dellacqua la quelle passa progressivamente ad aziende private. La legge Galli del 1994, oltre ad aprire alla liberalizzazione del settore, ha provveduto alla formazione degli ATO (Ambito Territoriale Ottimale), organi territoriali incaricati della gestione del sistema idrico nel suo complesso. Ultimamente si è venuto a sapere che la regione Campania- dopo mesi di mobilitazioni dal basso- ha bloccato la privatizzazione dellATO 2. Questo significa che la gestione dellacqua in un parte del territorio campano (Napoli compresa) è rimasta nelle mani del pubblico.Ciò è avvenuto anche in Abruzzo (un capitolo del libro citato è dedicato alle lotte dei comitati in difesa dellacqua pubblica in Abruzzo), ma la tendenza generale è quella della privatizzazione. Dalla Toscana alla Sicilia, dal Lazio alla Lombardia i processi di privatizzazione in atto sono sempre più frequenti. Il problema è a questo punto capire che cosa implica la privatizzazione. Su tre punti attivisti e ricercatori concordano: la privatizzazione ha portato, lì dove essa è in atto da un po di tempo (ad esempio Lazio e Toscana), ad un aumento delle tariffe, un peggioramento della qualità dellacqua, ed un peggioramento generale degli standards del servizio. Numerosi studi in diversi ambiti confermano ciò [a riguardo potete vedere questo larticolo al seguente link: http://www.ecologiasociale.org/pg/acqua_home.html]. Quello che avviene è che da una parte l'enfasi del settore privato sulla necessità di incrementare le tariffe, senza le necessarie misure sociali, può trasformarsi in un pericolo reale per i meno abbienti, d'altra parte pare chiaro che più acqua il privato vende più profitto ne trae, principio che non può che avere effetti negativi sulle risorse idriche e sullambiente in generale. 3. Resistenze alla privatizzazione in Italia Tutto ciò ha avuto come reazione la creazione di coordinamenti e situazioni di lotta nella quale cittadini, sindacalisti, ambientalisti ecc. si sono organizzati per resistere alla privatizzazione dellacqua. Sul territorio italiano vi sono infatti ormai numerose coalizioni in difesa dell acqua pubblica. In Abruzzo, lAlleanza per lAcqua (una coalizione di organizzazioni della società civile, gruppi ambientalisti, sindacati e fori sociali) si è mobilitata per assicurare che lacqua rimanga in mani pubbliche. Con le mobilitazioni si è riusciti a far si che cinque ATO (Lanciano, Pescara, Teramo, LAcquila ed Avezzano) decidessero di opporsi alle privatizzazioni e di muoversi verso un modello di gestione pubblica che contempla una maggiore partecipazione dei cittadini e lapplicazione di tariffe sociali. Ci sono persone che scommettono per un modello pubblico di gestione dellacqua efficace e sostenibile: la mobilitazione in Campania ha portato ad un parziale risultato simile a quello ottenuto in Abruzzo. Nel luglio 2005, Riccardo Petrella, uno degli esponenti di spicco del movimento che si batte contro la privatizzazione dellacqua, è stato nominato presidente dellente pubblico che ha in gestione gli acquedotti della Puglia, sicuramente una buona notizia per chi si batte per politiche idriche sostenibili. La fallita privatizzazione degli acquedotti pugliesi ed la successiva nomina di Petrella sono chiari segni del fatto che vi sia una certa qual preoccupazione nella società civile italiana sui disegni di privatizzazione dellacqua. Recentemente la società civile si è opposta alla privatizzazione dell'acqua anche in Lazio, e laumento delle bollette ha causato razioni in Sicilia: al di là dei pochi esempi citati un vento contro la privatizzazione sta attraversando gran parti dItalia. Facendo leva sul concetto che l'acqua sia un bene comune, cui tutti devono avere accesso, i movimenti sociali concentrano la propria critica su questo punto principale, ovvero che la privatizzazione non è sostenibile né socialmente né per lambiente. Grazie a qualche risultato tangibile, sembrerebbe che il movimento stia guadagnando una qualche eco mediatica e spazio politico, comprendendo partiti politici (Rifondazione Comunista, Verdi), gruppi ambientalisti, settori dei sindacati e una società civile molto attiva. Contemporaneamente lattività locale si sta allargando su dimensione nazionale: il movimento crede che una campagna contro la privatizzazione dell'acqua a un livello regionale non sia più sufficiente. Ecco perché si terrà a Roma il prossimo 10-12 Marzo un forum nazionale contro la privatizzazione dellacqua, il cui doppio fine è lelaborazione di una legge popolare in difesa della gestione pubblica dellacqua e la creazione di un osservatorio sullacqua. 4 Questioni e prospettive del movimento. Partecipazione o autogestione? Purtroppo la proposta di una legge popolare (chiesta con più di cinquantamila firme) è stata rifiutata dalla giunta provinciale Toscana e, a mio parere, questo non può che essere il risultato di una legge di iniziativa popolare a livello nazionale. Gli interessi dietro la gestione dellacqua (un po come è venuto fuori chiaramente con la questione della TAV e del ponte sullo stretto) sono trasversali ai partiti politici ed anche un eventuale governo di centro sinistra non sarà molto interessato a fermare la privatizzazione dellacqua. Io credo che sia necessario affrontare la questione da un altro punto di vista: il problema di fondo sta nella nozione di pubblico. Quando il movimento chiede alle istituzioni un ritorno al pubblico vuole forse tornare al vecchio sistema pubblico di gestione? Se il privato, come ampiamente dimostrato da più parti non funziona, verso quale modello di pubblico vogliamo andare? Personalmente non vorrei tornare alla gestione pubblica statale quale abbiamo conosciuto in Italia. Tangentopoli (nelle cui maglie caddero molti funzionarie di aziende municipalizzate - pubbliche!- dellacqua) è stata solo la punta di un iceberg di un sistema clientelare e spesso mafioso di gestione delle risorse idriche in Italia. Proprio la sfiducia nei confronti del settore pubblico è una delle ragioni che hanno spinto a tuffarsi nel privato. Più che confidare nelle istituzioni è necessario portare avanti una continua opera di informazione e sensibilizzazione sul tema dellacqua. Certo è una via tortuosa, soprattutto in un momento storico nel quale lattenzione dei cittadini verso la cosa pubblica sembra così rara, ma è, credo, ineludibile, se si vuole approdare ad un sistema di gestione pubblico, popolare e veramente partecipato, in vista di una piena autogestione delle risorse idriche da parte degli abitanti. Questa è la nozione di pubblico cui bisognerebbe tendere. Se lautogestione e il controllo diretto delle risorse da parte dei cittadini sono pratiche non pienamente attuabili allinterno dellattuale sistema, sicuramente ci possono essere esperimenti, seppure parziali e ambigui di partecipazione alla gestione sellacqua, che vale la pena mettere alla prova. Non possiamo però dimenticarci che tali sforzi non dovrebbero essere visti come fini a sé stessi, abbaglio assai comune allinterno dei movimenti che si oppongono alla privatizzazione, ma che essi sono validi proprio in quanto prefigurano in maniera parziale un modello futuro di autogestione. Certamente cè un'opposizione diffusa alla privatizzazione dellacqua che potrebbe implicare una vasta opposizione alla privatizzazione dei servizi pubblici nel loro insieme. Tuttavia la resistenza contro la privatizzazione e per un recupero del concetto di interesse pubblico non si può limitare ad un cambiamento da una gestione privata ad una pubblica statale, tanto più che vi è larga consapevolezza che il servizio pubblico quale è stato in Italia per molti anni debba essere riformato. La lotta contro la privatizzazione va portata avanti insieme alla definizione di un nuovo concetto di pubblico, autogestionario e non statale. Lacqua, per la sua stessa natura di unicità, per il fatto stesso di essere un elemento ineliminabile per la vita delluomo, è qualcosa il cui valore è riconosciuto da tutti gli uomini e le donne, al di là delle differenze di classe, di istruzione , di luogo. Per questo la gestione dellacqua non deve essere una questione per esperti. In tal senso lacqua può essere un veicolo di partecipazione, o meglio, di percorso verso lautogestione, un mezzo per prendere in mano il proprio destino. Da un lato abbiamo la partecipazione dei cittadini e la costruzione di comunità basate su valori condivisi, come quello di considerare lacqua come diritto e bene comune; dallaltro abbiamo chi tutela gli interessi di potentati economici ed élites economiche. LItalia, in particolare lItalia centrale e meridionale sono territori in fermento dove si stanno sperimentando interessanti forme di autoorganizzazione da parte dei cittadini sul tema dellacqua. Io penso che obiettivo preliminare oggi per chi lotta contro la privatizzazione dellacqua sia allargare e approfondire queste dinamiche di autoorganizzazione sicuramente esistenti ma capaci potenzialmente di essere più vaste e partecipate. E necessario continuare a lavorare in questa direzione, contrastando ogni dinamica di separazione allinterno del movimento tra chi va in piazza e chi decide le proposte da portare davanti ai poteri locali. Bisogna, a mio avviso, continuare in una dinamica di democrazia diretta nella quale ilo momento assembleare è sovrano, dinamica che è solo agli inizi. La paura è che il salto sul piano nazionale faccia svanire proprio quelle dinamiche di autorganizzazione che il movimento sta cominciando a sperimentare. La scommessa è invece continuare a creare sensibilizzazione e coscienza sul tema dellacqua, sperimentando assemblee larghe, aperte e che siano veri luoghi di decisione, allargare insomma la rete di coloro i quali sono in grado di occuparsi della gestione dellacqua, non andare ad avanzare richieste al futuro governo. Perché lacqua sia pubblica, sia bene comune a disposizione di ogni abitante, deve essere gestita dagli abitanti stessi, la sua gestione non può essere delegata nessun governo. E questo è tanto più importante cominciare a sperimentarlo ora, in una situazione di crisi idrica relativa, crisi che molto probabilmente si acutizzerà sempre più nei prossimi anni. Il movimento contro la privatizzazione è allinizio, lavoriamo per farlo crescere, non spegniamo quei fuochi di autorganizzazione oggi esistenti. I movimenti affermano che sia necessaria una riflessione su nuovi modelli di governo pubblico dellacqua, poiché le aziende, pur essendo di proprietà pubblica, sono comunque state trasformate in SpA di dritto privato. Continuiamo quindi a sperimentare, localmente, a partire dai comitati locali, forme pratiche ed ideali di autogestione dellacqua che siano di segno opposto alla logica del profitto che guida le SpA di proprietà privata o pubblica. Questo io credo sia centrale. Non tanto andare ad avanzare proposte a qualsivoglia governo nazionale, ma lavorare per il consolidamento dei comitati e per la messa in pratica di forme di gestione dellacqua da parte di questi; se la storia insegna qualcosa, evitiamo di andare a pretendere leggi o poltrone dal governo, allarghiamo invece la distanza tra movimento ed istituzioni e lavoriamo per consolidare ed allargare le forme embrionali di autorganizzazione dicembre 2006 |
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