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Il servizio idrico in Italia tra privato
e una concezione aperta di pubblico Seconda parte di Antonio Senta: tonisenta@hotmail.com |
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| Questo articolo si occupa dello sviluppo storico e delle caratteristiche attuali del servizio idrico in Italia, analizzandone lo stato e il dibattito politico che si è sviluppato intorno ad esso. Lanalisi dellevoluzione storica del servizio idrico in Italia è strumento per comprenderne levoluzione più recente e porre ipotesi critiche sul suo futuro. Numerosi cambiamenti infatti si sono verificati durante i decenni passati, tanto nellambito operativo, quanto nella struttura gestionale del servizio. Lultimo in ordine di tempo e attualmente in formazione è il progressivo passaggio della gestione dal settore pubblico al privato, passaggio in alcuni casi ancora parziale cui si fa solitamente riferimento con lespressione di partenariato tra pubblico e privato. Larticolo esamina le conseguenze di tale cambiamento, in termini sia sociali sia ambientali. Cercherò poi di illustrare alcune delle risposte che la società civile italiana ha avanzato in opposizione alla privatizzazione e le alternative proposte da alcuni movimenti sociali e politici. Nel fare questo, esaminerò il concetto di pubblico e il dibattito sul suo significato interno ai movimenti che si battono contro la privatizzazione. Sebbene larticolo si occupi del servizio idrico, alcune delle considerazioni, specialmente quelle che si rifanno allo sviluppo storico e quelle che si occupano del dibattito sulle alternative alla privatizzazione e della problematicità del concetto di pubblico, potrebbero essere utili per l'analisi dei servizi pubblici italiani in generale. Questo perché da una parte il passaggio dal pubblico al privato interessa tutti i servizi pubblici, anche se in diversi gradi e forme, dallaltra perché modelli alternativi di gestione dei servizi alternativi alla privatizzazione a quelli vigenti necessitano di un dibattito generale sul concetto di pubblico in ogni ambito dei servizi. Anche se potrebbe essere affrettato trarre conclusioni definitive, ci sono chiari segnali che i principali gruppi industriali italiani stiano spostando i proprio interessi dalla produzione materiale ai servizi pubblici: la FIAT sta conquistando sempre maggiore spazio nel settore energetico, Pirelli nelle telecomunicazioni e Benetton sta vagliando la possibilità di presentare un'offerta per la gestione delle autostrade. Indizi di quanto sia generale la tendenza a trarre profitto dai servizi di gestione di acqua, energia, telecomunicazioni, salute e istruzione da parte dei privati. Tra il 1993 e il 2001, 117 milioni (quasi il 12% del PIL italiano) di azioni di società pubbliche sono state vendute al mercato. Tra queste vi sono aziende municipalizzate attive nella gestione dei servizi idrici quali ACEA, AEM e AMGA. La completa privatizzazione delle società di gestione di acqua, energia e gas, tuttavia, non è stata ancora compiuta, in alcuni casi per la resistenza di cittadini e consumatori. La lotta contro la privatizzazione dei servizi idrici presente in diverse zone del territorio italiano e spesso preminente allinterno delle lotte contro la privatizzazione dei servizi, sembra potere assumere particolare importanza nel definire strategie di resistenza alla privatizzazione dei servizi pubblici e nel delinearne le alternative possibili. Storicamente, la proprietà e la gestione dei servizi idrici urbani in Italia si sono caratterizzate secondo tendenze simili a quelle di altri paesi europei, basate su politiche comunali che risalgono alla fine del XIX° secolo. Barraqué (1995:117) ha indicato nella qualità "mediocre" del servizio offerto dagli operatori privati il motivo per il quale le autorità italiane optarono per il municipalizzazione dei servizi idrici e più generalmente dei servizi energetici e di trasporto. Nel 1880 furono realizzate le prime imprese comunali italiane (le cosiddette aziende municipalizzate), incaricate della gestione del servizio idrico nella grande maggioranza delle province italiane. Per tutto il XX secolo, benché il settore privato partecipasse in qualche misura nella gestione dei servizi idrici, il ruolo del settore pubblico rimase largamente dominante. Alla fine degli anni '80 il settore privato gestiva non più del 4.5% dell'intero settore (Giuntini, 2004). Se la storia europea sembra avere influito sui modelli di proprietà e di gestione dei servizi idrici in Italia, la distribuzione territoriale delle aziende idriche e le loro dimensioni non possono che essere ricondotte alla storia italiana caratterizzata dalla tarda formazione dello stato nazionale e da un forte localismo politico ed amministrativo. Il territorio italiano è stato caratterizzato storicamente da culture politiche, gradi di sviluppo economico e contesti geografici estremamente diversi ( Drusiani 2003a: 2). Di qui la frammentarietà caratteristica dell'industria idrica italiana ( 8,000 aziende idriche nel 1994). Le conseguenze di questo quadro sono ancora visibili nel sistema idrico italiano e sono una delle cause dell'alta disparità in termini di qualità del servizio fra il nord e il sud del paese. L'Italia ha una fisionomia geologica molto differenziata ed anche se la disponibilità di acqua è mediamente maggiore che in altre parti di Europa, grandi sono le differenze allinterno del paese (Lobina 2005:5). Come risultato, un italiano su tre non ha accesso ad una quantità sufficiente di acqua potabile, anche se l'Italia ha il tasso pro capite di consumo domestico di acqua più alto fra i paesi dell' Unione Europea (78 metri cubi per famiglia). La mancanza di un accesso garantito allacqua è un problema per molti abitanti del sud e delle isole. La percentuale di coloro i quali mancano di una fornitura costante di acqua potabile varia dal 55.3% della popolazione in Sardegna all88.4% in Molise e in Calabria (ISTAT, 2000). In molte zone del Sud Italia l'acqua è garantita soltanto alcuni giorni alla settimana e a volte soltanto per alcune ore. Questo attualmente accade in alcune zone della Sicilia, del Molise e della Calabria. Nelle periferie di Cagliari, in Sardegna, l'acqua è garantita soltanto sei ore al giorno (Comitato Italiano per di Contratto Mondiale dell'Acqua, 2004). Il settore idrico ha vissuto ultimamente cambiamenti considerevoli, in particolare con l'approvazione della legge Galli nel 1994. Essa ha ratificato due principi essenziali, ovvero che l'acqua è un bene pubblico, che deve essere protetta per garantire i diritti delle generazioni future e che il consumo domestico ha la priorità sul consumo agricolo. La legge Galli inoltre ha introdotto due importanti cambiamenti istituzionali: in primo luogo la creazione dei cosiddetti sistemi idrici integrati, incaricati di tutte le funzioni di gestione delle acque, prelievo, potabilizzazione, distribuzione, trattamento e scarico delle acque. In secondo luogo la formazione in ogni regione degli ATO (Ambito Territoriale Ottimale), organi territoriali incaricati della gestione del sistema idrico integrato. Gli ATO includono solitamente più comuni o province (De Sanctis, Senta, 2005: 4). Conseguentemente alla ratifica della legge sono stati aggiunti diversi emendamenti che hanno contribuito a creare un quadro di insieme assai confuso. La legge finanziaria del 2002 ha imposto la privatizzazione dei servizi pubblici locali, col risultato che le aziende municipalizzate tradizionali non sarebbero sopravvissute alla riforma. Questo provvedimento ha incontrato un'opposizione a molteplici livelli. L ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) ne ha chiesto la cancellazione e molte regioni (Toscana, Emilia Romagna, Umbria, Basilicata e Campania) hanno contestato la costituzionalità della legge. La Commissione Europea ha inviato una lettera al governo italiano - la lettera n.1999/2184 C(2002)2329 - aprendo la fase preliminare di una procedura di infrazione alla luce del presunto conflitto tra alcune clausole contenute nella legge e la legge europea di regolamentazione dei servizi idrici (Belfiori 2002). Il movimento contro la privatizzazione dei servizi idrici ha alzato la voce a sua volta. Due anni dopo, la legge finanziaria 2004 ha restituito ai comuni la possibilità di mantenere il servizio idrico pubblico, fondamentalmente contraddicendo la legge finanziaria del 2002 e la conseguente privatizzazione forzata dei servizi pubblici. Da un punto di vista teorico la legge Galli rappresenta uno dei rari tentativi di riformare il sistema idrico italiano. I suoi fautori mettono in evidenza il fatto che essa sia riuscita, anche se solo parzialmente, a superare la frammentarietà del sistema idrico italiano e a migliorarne la struttura regolatrice. Al fine di perfezionare il funzionamento politico ed economico, sono state introdotte alcune disposizioni volte a separare i ruoli fra i soggetti responsabili della progettazione e regolazione del servizio da una parte e la gestione operativa dallaltra. Secondo la CGIL, il sindacato più importante nel settore idrico, questo era necessario per ridurre il più possibile la commistione tra partiti politici e gestione dei servizi pubblici che "specialmente negli anni Ottanta aveva raggiunto livelli indecenti" (FLNE-CGIL 2003). Questa citazione è di un certo aiuto nel chiarire perché oggi circa 35% della popolazione italiana non ha sufficiente accesso allacqua potabile ed in qualche misura è in grado di spiegare la recente ondata di privatizzazione dei servizi idrici. La grave inefficienza che il sistema idrico italiano si trova ad affrontare oggi è dovuta, almeno in parte, allinsoddisfacente ruolo che ha giocato storicamente il settore pubblico e alla corruzione sistematica che lo ha caratterizzato. Il malaffare statale, storicamente endemico in Italia, ha trovato nuova linfa negli anni Ottanta ed entrambi i partiti di governo (DC e PSI) hanno portato avanti un modus operandi la cui base era proprio la corruzione. (Lane, 2001). Malaffare e corruzione, spesso legati al finanziamento dei partiti politici, ha interessato molte imprese pubbliche italiane, ivi comprese le aziende municipalizzate dellacqua. Un tal regime di illegalità venne pubblicamente alla luce nel 1992, allorché alcuni magistrati intrapresero linchiesta "Mani Pulite", che denunciò quel sistema di corruzione diffusa della vita economica e politica italiana conosciuto come Tangentopoli. Il fenomeno di Tangentopoli ha scosso la società italiana ed ha contribuito alla diffusione della convinzione fra dirigenti, managers e cittadini che l'apertura al privato nella gestione dei servizi pubblici (e dei servizi idrici di conseguenza) fosse necessaria per evitare la corruzione ed aumentare l'efficienza del sistema. Questo non sembra avere tenuto conto del fatto che non ci sia nessuna prova che il settore privato sia di per se più trasparente di quello pubblico. La privatizzazione, nelle diverse forme che essa ha assunto nellultimo decennio - cambiamento delle quote di proprietà, rinegoziazione dei diritti di proprietà, esternalizzazione del servizio - ha anzi creato lopportunità per il consolidarsi di pratiche generalizzate di corruzione e ha contribuito ad indebolire la coesione politica, la stabilità e la fiducia nei governi e nelle amministrazione da parte del cittadino. La corruzione non segue logicamente la privatizzazione e non ogni privatizzazione genera corruzione, ma cè un'area di sovrapposizione assai grande fra i due fenomeni (Huffschmid, 2003). Per di più, a livello teorico, se non a livello materiale, la corruzione è costitutiva stessa del settore privato: lobiettivo ultimo del settore privato non è forse quello di trarre profitto dal proprio operato? Per garantire un servizio il privato esige unentrata, la quale, dal punto di vista del beneficiario del servizio, è il corrispondente legale di quella "anomalia" (corruzione) che il cittadino italiano ben conosce e che linchiesta tangentopoli" ha aiutato a rendere pubblica. Tra laltro gli effetti dellinchiesta ora sono stati quasi completamente annullati e molti dei politici arrestati non solo sono stati pienamente riabilitati, ma attualmente siedono sui banchi del Parlamento. Poco rimane da aggiungere sulle varie forme di corruzione nellItalia dellera Berlusconi e sullassenza di pudore con la quale esse vengono portate avanti. A seguito dellinchiesta Mani Pulite il passaggio alla privatizzazione si è svolto in un contesto emozionalmente molto favorevole. All'inizio degli anni Novanta erano pochi coloro i quali avevano ancora una qualche fiducia nel servizio pubblico. A causa del comportamento di politici ed amministratori e proprietari il concetto di servizio pubblico in sé e lintera sfera della politica sono stati identificati con la corruzione. La gestione dei servizi idrici si è così aperta alle aziende private e con la progressiva messa in atto della Legge Galli le autorità locali hanno via via delegato tali servizi ai privati. (Lobina, 2005: 9) Unaltra causa cui viene fatto spesso riferimento per spiegare le ragioni del passaggio dal pubblico al privato è la questione finanziaria. Il settore idrico italiano dell'acqua ha conosciuto un ultimo periodo di bassi investimenti: le stime indicano che i capitali totali su base annua per la gestione del sistema idrico siano scesi da 4.478 milardi di Lire (2,31 miliardi di euro) nell1985 a 1.049 miliardo di Lire (542,8 milioni di euro) nel 1995, equivalente ad una riduzione nellinvestimento del 76,57% (Fazioli ed altri, 1999: 241-242) ed altre stime indicano una riduzione nellinvestimento del 71% nel periodo 1985 - 1998. Le conseguenze sulla condizione dei servizi idrici dell'acqua sono gravi quanto inevitabili: lo stato difettoso delle fognature causa l'inquinamento delle risorse idriche sotterranee e di superficie e la pessima condizione degli acquedotti è la causa principale di perdite. Queste equivalgono al 30- 40% dell acqua originariamente incanalata in molte regioni e città (Comitato Italiano per il Contratto Mondiale dellacqua, 2004: 15). Alcuni ricercatori hanno individuato nella tariffazione eccessivamente bassa e in un conseguente insufficiente recupero dei costi la cause principale dei bassi investimenti nel settore (Lobina, 2005:6). Tuttavia bisogna sottolineare che il crollo degli investimenti è dovuto anche alla deliberata diminuzione degli investimenti finanziari nei servizi idrici e al fatto che le autorità responsabili non hanno speso in tempo una grande percentuale dei fondi garantiti dall'Unione Europea. Nel Nord Italia è stato speso il 53.7% dei fondi; nel Sud non più del 22.7%. È bene osservare che questi dati si riferiscono tanto alle aziende municipalizzate quanto a quelle private (o semi-private). Questo permette di affermare che la cattiva amministrazione, la mancanza di trasparenza e la corruzione sono fra i motivi principali alla base dei pessimi risultati finanziari e questi non possono essere spiegati solo con le basse tariffe. Daltra parte affermare che la trasparenza nel servizio idrico pubblico sia stata finora un fattore trascurato non implica sostenere che la gestione privata sia automaticamente più limpida. Al contrario i servizi privatizzati non solo non riducono la corruzione ma suscitano più di un interrogativo sulle conseguenze che essi hanno sul piano sociale e ambientale. In effetti, da una parte l'enfasi sulla necessità di incrementare le tariffe, senza le necessarie misure sociali, può transformarsi in un pericolo reale per i meno abbienti, d'altra parte pare chiaro che più acqua il privato vende più profitto ne trae, principio che non può che avere effetti negativi sulle risorse idriche e sullambiente in generale. I motivi cui più spesso si fa riferimento per giustificare la privatizzazione sono quelli relativi ad una maggiore efficienza economica, ad una migliore fornitura del servizio e ai prezzi più bassi che essa comporterebbe, così come ad una diminuzione della burocrazia come conseguenza della maggiore concorrenza. Non solo i dati non confermano tutto ciò, ma anzi pare presumibile che le dinamiche di veloce concentrazione da parte del capitale privato, la mancanza di trasparenza e di controllo pubblico conseguenti alla privatizzazione siano fattori che vadano in direzione opposta. Poiché la privatizzazione delle aziende idriche è un fenomeno molto recente non prima della fine degli anni Novanta - molto frammentato al proprio interno e nelle diverse zone del paese, può essere difficile disegnare un quadro completo del fenomeno. La privatizzazione prende infatti forme diverse e spesso ci si trova di fronte ad una commistione (partenariato) tra il settore pubblico e il settore privato. Tuttavia ci sono alcuni dati disponibili, particolarmente per regioni quali Toscana, Abruzzo, Campania e Lazio. Qui i cittadini hanno espresso le proprie perplessità non solo su motivazioni giustificate ma in qualche misura ideologiche (lacqua è un bene comune che non può essere privatizzato) ma anche come conseguenza dei pessimi risultati del settore idrico privato tanto sul piano sociale, quanto su quello ambientale. Anche la CGIL sembra essere consapevole dei pessimi risultati della privatizzazione, nonostante non si sia mai spesa più di tanto per contrastare la liberalizzazione del settore idrico, ma anzi lo abbia spesso difeso come necessario. Ora tuttavia riconosce che un qualche movimento contro la privatizzazione - come anche contro la liberalizzazione del mercato dell'acqua nel suo insieme - si è formato e che forse siamo di fronte ad un cambiamento culturale nellapproccio verso la gestione privata da parte di un settore largo settore della popolazione, proprio a causa dei risultati contradittori - quando non totalmente negativi- delle aziende idriche privatizzate (o semi-privatizzate). Una delle regioni che sta procedendo in maniera più spedita nella strada per la privatizzazione dellacqua è la Toscana. Regione "rossa", governata negli anni dal partito comunista, poi Pds, infine DS, recentemente ha sembrato mostrare una qualche simpatia per il movimento altermondialista, ospitando il Social Forum Europeo a Firenze nel Novembre 2003. Ma questo solo ad un occhio disattento. A quel tempo il consiglio comunale fiorentino fece un grande sforzo nel neutralizzare le posizioni più radicali. Oggi sta spingendo per la privatizzazione dell'acqua con una protervia maggiore di qualsiasi altra regione italiana. In quasi tutta la regione la multinazionale francese Suez-Lyonnaise des Eaux, attraverso propri partners quali Acea, possiede una parte considerevole (40-45%) nella gestione dei servizi idrici. Secondo il "Tavolo Toscano dellAcqua", la privatizzazione (sotto la forma del partenariato pubblico-privato) sta avendo risultati negativi, che possono essere riassunti così: aumento delle tariffe peggioramento della qualità dell acqua per consumo domestico peggioramento del servizio La privatizzazione non ha non raggiunto nessuno degli obiettivi che i think-tanks neoliberisti teorizzano come caratteristiche esclusive della gestione privata, ovvero qualità migliore dell acqua, migliori performances economiche, maggiori investimenti. Nell ATO2 (Basso Valdarno) le tariffe sono aumentate mediamente del 24% e del 120% in alcuni comuni. Nell ATO3 (Medio Valdarno) hanno raggiunto picchi mai visti in parecchi comuni. Nell ATO4 (Alto Valdarno - Arezzo) esse sono di gran lunga superiori a quelle delle vicine Marche, dove i servizi idrici sono gestiti dallazienda pubblica Consorzio Idrico Intercomunale del Piceno. Inoltre nell ATO4 le tariffe sono molto superiori al periodo precedente (quando vi era una amministrazione pubblica). Oggi ogni utente deve pagare, come tariffa minima, lequivalente di 100 metri cubi dacqua allanno. Anche se lutente usa meno acqua, deve comunque pagare l'importo equivalente a 100 metri cubi: cosa altro se non "un chiaro invito a sprecare acqua" ? (Valdarno Social Forum, 2003). Non sorprendentemente ACEA - l'azienda privata incaricata del servizio idrico- punta ad ottenere tariffe di 3.62 euro al metro cubo, quando la media italiana è di circa 0.91 euro al metro cubo (Acea, 2004). Per quanto riguarda la qualità dell'acqua nellATO2 la privatizzazione ha portato nuove preoccupazioni agli utenti, da quando si è saputo che una grande quantità di biossido di cloro è stata usata per potabilizzare l'acqua . Anche in Lazio i cittadini si sono trovati di fronte a nuovi problemi relativi alla qualità dell'acqua. NellATO4 (la cui gestione è stata affidata ai privati nel mese di luglio del 2004) per parecchi mesi l'acqua è stata contaminata dal virus della salmonella e dall enterovirus nelle sorgenti di Capodacqua (Spigno Saturnia), Mazzoccolo (Formia), Fiumicello (Priverno). Le sorgenti di Capodacqua e Mazzoccolo forniscono acqua a quasi 100,000 abitanti nel basso Lazio. Il fiume di Fiumicello fornisce acqua ai comuni di Maenza, Priverno, Prossedi, Roccagorga, Roccasecca dei Volsci, Sonnino. NellATO4 il livello delle sorgenti si è abbassato di due - quattro metri. Nel parco nazionale del Circeo il livello delle sorgenti si è abbassato di quattro - cinque metri (Sud Pontino Social Forum 2004). Nelle due regioni dove il processo di privatizzazione è più avanzato, Toscana e Lazio, si è verificato un aumento medio delle tariffe, con le conseguenze sociali che questo comporta.. Inoltre, anche se le tariffe sono aumentate costantemente, non cè stato nessun investimento volto ad affrontare le questioni ambientali, ma al contrario un aggravarsi della tendenza storica di danneggiamento ambientale e di peggioramento dello stato delle infrastrutture. La privatizzazione ha avuto effetti negativi da un punto di vista ambientale anche in altre zone dItalia. Per esempio il settore privato è stato parte attiva di un progetto altamente discutibile in Abruzzo. Nel 2002, il governo italiano ha cominciato a progettare un piano di trasferimento di grandi quantità di acqua dall'Abruzzo alla Puglia. Il piano intendeva trasferire circa 270 milioni di metri cubi cubici d acqua da tre fiumi Abruzzesi (Pescara, Sangro e Vomano) alla Puglia attraverso un sistema di acquedotti e tubature sottomarine. Il progetto, il più grande piano di trasferimento di masse di acqua dopo quello dellEbro in Spagna (terminato nella primavera 2004), avrebbe avuto effetti ecologici devastanti, causando la morte biologica dei tre fiumi (la cui portata sarebbe stata dimezzata), labbassamento delle falde acquifere che circondano i fiumi ed effetti negativi sull'equilibrio biologico delle zone costiere. Il progetto doveva essere guidato dalla società Anglo-Americana Black and Veatch, un grande consorzio coinvolto nella distribuzione idrica in numerosi paesi del mondo, così come nel business della ricostruzione" in Iraq. Le associazioni ambientaliste e parti della società civile hanno criticato pesantemente il progetto per motivi ambientali ed economici. Hanno precisato che, poiché circa il 50% dellacqua che scorre negli acquedotti pugliesi viene persa per il pessimo stato delle infrastrutture (e il 57%in Abruzzo 57%), la soluzione più logica ai bisogni idrici della Puglia sarebbe di investire per migliorare l'efficienza del sistema idrico attuale abruzzese e pugliese, invece che investire in opere faraoniche. Come conseguenza della mobilitazione della società civile, il governo regionale ha negato lapprovazione del progetto e nel 2003 il piano è stato accantonato. Nel luglio 2005, Riccardo Putrella, uno degli esponenti di spicco del movimento che si batte contro la privatizzazione dellacqua, è stato nominato presidente dellente pubblico che ha in gestione gli acquedotti della Puglia, sicuramente una buona notizia per chi si batte per politiche idriche sostenibili. (De Sanctis, Senta, 2005). La fallita privatizzazione degli acquedotti pugliesi ed la successiva nomina di Petrella sono chiari segni del fatto che vi sia una certa qual preoccupazione nella società civile italiana sui disegni di privatizzazione dellacqua. Sul territorio italiano vi sono infatti ormai numerose coalizioni in difesa dell acqua pubblica. Recentemente la società civile si è opposta alla privatizzazione dell'acqua anche in Campania, e laumento delle bollette ha causato razioni in Sicilia: al di là dei pochi esempi citati un vento contro la privatizzazione sta attraversando gran parti dItalia. Facendo leva sul concetto che l'acqua sia un bene comune, cui tutti devono avere accesso, i movimenti sociali concentrano la propria critica su questo punto principale, ovvero che la privatizzazione non è sostenibile né socialmente né per lambiente. Seguendo i principi enunciati nel Manifesto dell'Acqua, in Toscana il movimento ha raccolto 42,932 firme per richiedere una legge popolare di ripubblicizzazione dellacqua. La legge dichiarerebbe l'acqua come un bene comune non privatizzabile e quindi la fine delle forme di gestione private o di partenariato pubblico-privato dal 1 agosto 2008, laccesso gratuito ad una quantità base di acqua per consumo domestico, l'introduzione di forme partecipatorie nel governo delle questioni idriche, ovvero, l'istituzione di unassemblea popolare in grado di influenzare le decisioni circa la gestione dell acqua in regione. Subito dopo la presentazione della legge popolare in Toscana, la regione ha confermato le proprie scelte in materia di privatizzazione. Al di là delleccezioni di alcuni ATO abruzzesi, che si sono schierati per il mantenimento della gestione pubblica, le istituzioni sembrano sorde alle perplessità sollevate dalla società civile. Così ovunque in realtà, dalla Campania dove il movimento ha subito una vera e propria censura da parte dellamministrazione regionale - al Lazio, alla Sicilia. Nonostante i pochi risultati tangibili sembrerebbe che il movimento stia guadagnando una qualche eco mediatica e spazio politico, comprendendo partiti politici (Rifondazione Comunista, Verdi), gruppi ambientalisti, settori dei sindacati e una società civile molto attiva. Contemporaneamente lattività locale si sta allargando su dimensione nazionale: il movimento crede che una campagna contro la privatizzazione dell'acqua a un livello regionale non sia più sufficiente. Ecco perché è in costruzione un forum nazionale contro la privatizzazione dellacqua, il cui scopo principale sembra essere quello di influenzare il programma della coalizione di centro sinistra guidata da Romano Prodi. Molti pensano che le autorità locali siano sorde alla richieste dei cittadini e che sia necessario far sentire la propria voce più in alto. Questa pare essere la strategia del movimento. Il tempo ci dirà se questa strada sia corretta o se, come credo, si riveli un binario morto, stretto tra le pastoie della politica ufficiale. Al di là del tentativo di influenzare il programma elettorale delle forze politiche, quello che manca, allinterno del movimento, è un ripensamento del concetto di pubblico o almeno una analisi critica del concetto. Il pubblico viene infatti immancabilmente associato con la nozione di stato: il pubblico è insomma pubblico statale. Lopposizione alla privatizzazione elaborata dalla società civile implica il più delle volte un ritorno al pubblico statale, il quale ha oggettivamente avuto in Italia risultati disastrosi. Tangentopoli è stata la punta di un iceberg di malaffare che i cittadini hanno spesso vissuto sulla propria pelle. Alcuni settori del movimento, consci di ciò, propongono la partecipazione di esponenti sindacali e ambientalisti allinterno dei consigli decisionali degli ATO quale soluzione al problema. Lesempio in tal caso sarebbe dato dalla Consulta del Diritto allAcqua elaborata dal movimento in Toscana e contenuta nella proposta di legge popolare recentemente avanzata. Tuttavia bisogna che questo non sia un palliativo, ma un reale passo in avanti verso il controllo della gestione dellacqua da parte dei cittadini. Da una parte ci sono molti dubbi sullinfluenza che tali esponenti potrebbero avere sulle decisioni della politica, dal momento che sarebbero sempre tenuti in minoranza, dallaltra la loro nomina non uscirebbe dai meccanismi della delega. Non per questo, io credo, tali pratiche vanno rifiutate. Se lautogestione e il controllo diretto delle risorse da parte dei cittadini sono pratiche non pienamente attuabili allinterno dellattuale sistema, sicuramente ci possono essere esperimenti, seppure parziali e ambigui, che vale la pena mettere alla prova. Non possiamo però dimenticarci che tali sforzi non dovrebbero essere visti come fini a sé stessi, abbaglio assai comune allinterno dei movimenti che si oppongono alla privatizzazione, ma che essi sono validi proprio in quanto prefigurano in maniera parziale un modello futuro di autogestione. Certamente cè un'opposizione diffusa alla privatizzazione dellacqua che potrebbe implicare una vasta opposizione alla privatizzazione dei servizi pubblici nel loro insieme. Tuttavia la resistenza contro la privatizzazione e per un recupero del concetto di interesse pubblico non si può limitare ad un cambiamento da una gestione privata ad una pubblica statale, tanto più che vi è larga consapevolezza che il servizio pubblico quale è stato in Italia per molti anni debba essere riformato. La lotta contro la privatizzazione va portata avanti insieme alla definizione di un nuovo concetto di pubblico, autogestionario e non statale. Bibliografia: Acea group(2004) Risultati e 2004 strategie. Retrieved from: http://web.aceaspa.it/pagine/ACEA_108.asp Barraqué, B. (1995) Les politiques de leau en Europe. Paris: Edition la Découverte. Belfiori, F. (2002) Il Servizio Idrico Integrato e la Nuova Disciplina dei Servizi Pubblici Locali: il Caso della Regione Marche, Regioni & Ambiente 10. 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